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7.3

Quando il vigore post-punk incontra la spiritualità della tradizione soul il risultato è un groviglio incontrollabile di suono aspro e claustrofobico. Gli Algiers ne danno testimonianza con il loro album d’esordio licenziato da Matador. Il disco prende forma attraverso una fitta corrispondenza di mail tra Londra e New York. Da un lato le chitarre spigolose di Lee Tesche e il basso scuro di Ryan Mahan, in cui si rincorrono echi dei Gang Of Four e Pop Group, dall’altra la voce di Franklin James Fisher, che fa da contraltare con le sue linee melodiche dalla forte matrice gospel. Sotto questo intreccio affascinante si dispiega un tappeto di sample vocali e drum machine che a volte rende il ritmo incalzante (Old Girl), altre volte lo dilata (Games), sfociando in un blues tenero e inquietante.

Sotto una coltre di chitarre post-punk, atmosfere cupe e beat minimali si erge una solida struttura testuale che mira ad esprimere una reazione violenta contro le discriminazioni culturali e la finta moralità. Remains svela già tutto quello che sono gli Algiers: una ritmica ipnotica e spigolosa, i battimani, i gospel di fondo e la voce di Fisher che descrive scenari simili a quelli di Sozaboy di Ken Saro-Wiwa, «and the chained man sang in a sigh, “I feel like going home”».

Come ricorda Marx, la tradizione delle generazioni morte grava come un incubo sulle menti dei viventi: mai citazione potrebbe descrivere al meglio il funky in chiave dark di Black Eunuch, dove non mancano sample vocali che ricordano i canti dei lavoratori di cotone. L’estetica degli Algiers trova forse il suo manifesto nei versi di Irony. («utility. Pretext: We’ll put our faith into Afro Pop in a decolonized context Espouse the aesthetes’ contempt for ethos Irony. Utility. Pretext»).

Fisher non si risparmia, canta col fegato corroso dalla rabbia, urla, è come un Marvin Gaye che getta le ceneri della Guerra cantata da PJ Harvey sui nervi riottosi di Nina Simone (But She Was Not Flying). Gli Algiers mantengono un sottofondo epico, fatto di diaspore e colonialismo, che si riversa in un presente meccanico, in cui le interazioni umane sono azzerate dalle sovrastrutture. Blood segue questo mood mischiando il noise col soul in un incedere che ricorda i primi Nick Cave & The Bad Seeds, l’elettronica di And When You Fall rende questa miscela ancora più funzionale.

Algiers è un disco violento, compatto, un album che si dispiega in tutta la sua doppia natura di melodie soul e schitarrate acide che sembrano uscite direttamente dalla mancuniana Factory. L’esordio del trio filtra alla perfezione la rabbia verso un mondo che dimentica le proprie radici ancestrali e preferisce immergere nell’indifferenza l’ultimo briciolo di umanità che potrebbe conservare. La spiritualità che pervade tutto il disco è un rito pagano che prende forma attraverso la violenza delle chitarre e prende vigore grazie ad una ritmica profonda e vibrante.

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