Recensioni

6.7

Sarà un caso ma son passati ventott’anni esatti, giorno più giorno meno, da quando il primo LP degli Alice in Chains, Facelift, faceva il suo ingresso nei negozi di dischi. Era il 28 agosto 1990. Fu tra l’altro uno dei primi successi mainstream della scena grunge di Seattle, a dispetto – o, perché no, in ragione – del fatto che gli AIC arrivavano dopo i maestri-amici Soundgarden, Screaming Trees e Mother Love Bone e dopo essersi lasciati alle spalle una falsa partenza da band di glam metal sull’andazzo dei Mötley Crüe. Magari nessuno di quei ragazzi che cantavano We Die Young avrebbe pensato il 28 agosto del 2018 di avere ancora un disco nuovo in uscita nei pochi negozi rimasti, quasi trent’anni dopo. Certo non Layne Staley, che ha incarnato alla lettera i versi di quella canzone con un’ostinazione testarda, crepuscolare e in ultimo tragica (e non dimentichiamo nemmeno Mike Starr, il primo bassista, scomparso nel 2011).

Non meno, l’idea della band senza il suo sublime cantante sarebbe parsa remota a chi li ascoltava ai tempi. Bollati come i più metallari del lotto grunge, gli Alice In Chains erano, allora come anche oggi – vedremo – redenti da una vena di esistenzialismo psichedelico e di lievità folkeggiante che non ci si sarebbe aspettati da una comune band di hard rock prima dell’avvento dei Jane’s Addiction. Proprio quegli ingredienti allogeni – non leggete allucinogeni please… che qui di droga ne è passata ahinoi tanta – alla lunga li premiarono in una cadenzata progressione che avrebbe portato gli ultimi due lavori, l’EP acustico Jar of Flies e il funereo e intenso album omonimo del 1995, a essere i loro migliori (e i più psichedelici, anche se con declinazioni totalmente diverse).

Fine del flashback, che però serviva a portarci sul presente. Rainier Fog è il terzo nuovo disco di studio da quando il quartetto di Seattle si è riunito, migliore di The Devil Put Dinosaurs Here e più vicino come riuscita al quasi sorprendente Black Gives Way To Blue con cui i Nostri avevano ripreso il filo della loro avventura. Di sicuro gli AIC della title-track e di Red Giant, con il loro eterno abbraccio sincopato di heavy metal e folk-rock, sanno ancora trascinare e convincere. Quando le battezzano subito con riff perentori e sganciano il refrain e il bridge melodico al momento giusto, escono canzoni a cui non si può quasi dire di no (The One You Know). Non parliamo poi di come le voci e tutti gli strumenti fanno in modo di scivolare sui glissati di So Far Under, un’ulteriore riprova del senso corale per il blues (su cui è costruita anche Drone).

Vocalmente, William Duvall fa il solito onesto lavoro di omofono-ma-non-clone di Staley, perfetto complemento armonico per Cantrell nel vecchio stile della band (quasi tutti i pezzi sono cantati a due voci); la chitarra del leader, benché non proprio lisergica a tutto tondo come in Alice In Chains, svaria abbastanza per rendere lo spartito movimentato il giusto. Dove Cantrell e i suoi cadono, in maniera abbastanza sorprendente, è invece proprio su un pezzo forte della casa, le ballate elettroacustiche, nella fattispecie Fly, Maybe e All I Am, un po’ (troppo) ridondanti ed enfatiche anche nell’arrangiamento, che le fa sembrare kitsch rispetto ai classici del gruppo di cui vorrebbero seguire le orme. Non riescono insomma a essere le nuove No Excuses e Down in a Hole come forse (probabilmente) desideravano.

Poi, nonostante tutto, sarà un fatto di produzione, mixaggio, differenti standard tecnici, nostalgia nostra o vai a sapere cosa… ma sotto il profilo del suono generale continuiamo a preferire leggermente il sound, anche un po’ intubato, dei vecchi dischi dei nineties. Al netto di queste pecche più o meno veniali, è comunque un buon lavoro.

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