Recensioni

7.3

Non sempre l’industria discografica è in grado di indovinare le ricette giuste per il (ri)lancio degli artisti o di interpretare le loro intenzioni: un esempio clamoroso fu quello di una debuttante Kate Bush che, nel 1978, puntò con lungimiranza su Wuthering Heights mentre la EMI si era fissata su James And The Cold Gun. Ad Alison Moyet è accaduto più volte, in oltre trent’anni nel music business, di essere in disaccordo con gli A&R manager e di fare poi di testa propria, con risultati lusinghieri: il suo Hometime, nel 2002, entrò nella Top 20 inglese nonostante una scarsa promozione, e si trattava di un disco rimasto per anni nel freezer di una riluttante Sony che non ne scorgeva un potenziale commerciale soddisfacente. Ed è successo ancora, quando lo scorso anno i colloqui con le case discografiche chiedevano rassicuranti album di cover (l’artista di Basildon ne ha già pubblicato uno, Voice) da promuovere grazie alla partecipazione a un reality show. Sicura della qualità del nuovo materiale, Alison disse un secco “no” e si mise al lavoro con Guy Sigsworth, già nei Frou Frou con Imogen Heap e in seguito in cabina di regia per illustri colleghi come Seal, Bjork, David Sylvian, Madonna e Alanis Morissette.

Se non fosse per la felice unione di strizzate d’occhio al trip hop (merito, al tempo, degli Insects), guitar-pop e inserti orchestrali di Hometime, potremmo affermare che the minutes sia il disco più elettronico della Moyet dai tempi di You And Me Both, l’ultimo capitolo della breve ma intensa parentesi con Vince Clarke negli Yazoo (eseguito dal vivo solo venticinque anni dopo durante il tour Reconnected). C’è molto di più, in queste nuove undici canzoni che mettono in luce un approccio maturo al songwriting: una fusione perfetta di tutti gli elementi che hanno reso Alison una delle vocalist inglesi più riconoscibili insieme ad Annie Lennox e che dimostrano, ancora una volta, che si può seguire un percorso artistico coerente, pur con la consapevolezza che le mode cambiano e che si può abbracciare il nuovo senza forzature. L’artista è perfettamente a suo agio con le contaminazioni dubstep di Horizon Flame, nell’ammiccante electro di Right As Rain dal retrogusto Basement Jaxx, nell’ariosa melodia a vele spiegate (ma con una voce mai così ben dosata) di When I Was Your Girl e nel fascino tetro e cinematico di Remind Yourself, immaginario incontro tra Dusty Springfield e i Massive Attack di Mezzanine. C’è spazio anche per rivisitare il passato, con una Filigree che è quanto di più vicino al repertorio degli Yazoo, mentre A Place To Stay è una nuova This House pronta per il terzo millennio.

Fatta eccezione per due episodi in scaletta che convincono poco – Love Reign Supreme è un synth-pop sotto steroidi sulla falsariga del più recente full-length dei Goldfrapp, Rung By The Tide indulge in certe atmosfere gotiche vicine alla Siouxsie più annoiata -, il disco è il risultato di una partnership artistica particolarmente felice. Non era per nulla scontato, considerando gli importanti co-autori del passato (da Clarke a Dave Stewart, da Pete Glenister a Eg White), ma l’estrema versatilità di Sigsworth – che, pur giocando con synth, loop ed effetti sonori da parecchio tempo, ha una solida preparazione classica – si è rivelata l’ingrediente che mancava, per esempio, all’incerto The Turn del 2007.

the minutes è un album che vive nel presente di un’artista che, nei testi, si guarda indietro con coraggio e senza rimorsi, magari tornando alla ragazza esuberante che era ieri, che ambiva a esibirsi col suo gruppo punk e invece si ritrovò in hit parade e sul palco di Top Of The Pops. Alison ha fatto pace con se stessa e non ha perso la voglia di mettersi in gioco: tutto questo rende the minutes uno dei suoi migliori lavori, tutt’altro che passatista, in grado di spiazzare i fan della prima ora – che probabilmente si aspettavano un ritorno al pop facile di Raindancing – e i loro figli adolescenti. Not just ‘another’ page in her history.

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