Recensioni

Il terzo disco degli Allah-Las, il primo pubblicato con la Mexican Summer, è un ponte che unisce le due sponde dell’Atlantico, un viaggio andata/ritorno che parte da Madchester e arriva dritto alla New York di Warhol. Dopo l’ottimo esordio omonimo del 2012 che, in piena retromania, andava a pescare dal passato remoto e da quello recente ma con un gusto che convinse tutti o quasi, la band losangelina fa ancora meglio due anni dopo con Worship The Sun, affermandosi come ottimo gruppo retro-pop. Il discorso è semplice: quando ti rifai in maniera così decisa al passato, o sei bravo e riesci a non risultare uno dei tantissimi che non aggiunge nulla alla causa, o ti perdi nella vastità dell’Oceano del vintage e del retrò. Ovviamente gli Allah-Las appartengono alla prima categoria, e si trovano perfettamente a loro agio a riproporre ambientazioni musicali a loro care mutandole di volta in volta in ritornelli con cambi di ritmo, organi desertici, fuzz anacronistici.
Il pop di Calico Review ricorda nei momenti più chiari l’immediatezza piacevole dei Crocodiles (Could Be You), e in quelli più oscuri il fascino dei Raveonettes (Warmed Kippers). L’elemento che accomuna i dodici brani della tracklist è senza dubbio la psichedelia, il caos organizzato in stile Velvet Underground (Mausoleum) sintetizzato qui in linee melodiche accattivanti e ipnotiche di matrice The Stone Roses (Satisfied). Come ogni disco degli Allah-Las che si rispetti, anche questa volta non manca un accenno ai 60’s acid-folk, come in Terra Ignota, alla California (2000 South La Brea) e un occhiolino strizzato a ritmi vagamente latini (Autumn Dawn).
La differenza sostanziale tra i precedenti lavori e questo nuovo tassello della carriera sta nell’abbandono del garage come matrice preponderante del sound e in un’apertura alla mescolanza di generi più marcata. Calico Review è la dimostrazione che gli Allah-Las sanno maneggiare alla perfezione il loro sound e le varie influenze stilistiche, in un disco che non annoia mai.
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