Recensioni

5.9

Ci si aspettava qualcosa in più da questo nuovo disco degli Almamegretta. Il ritorno al microfono di Raiz (già da un po’ di mesi presente negli show dal vivo con la band) e la produzione di Adrian Sherwood della On-U Sound avevano creato un miraggio di spunti creativi anni Novanta, Bristol dei Massive Attack e pure di qualche cassa magari vicina alla techno umana di 4/4. Invece, quello che viene presentato è una più che onesta produzione della maturità, “senza allarmi nè sorprese” direbbero i Radiohead, che usa i topoi musicali tipici del gruppo con un dosaggio di arrangiamenti e citazioni poco sorprendente, tanto che appena si sente l’attacco in levare dei synth e qualche basso dub, viene voglia di andarsi a ripescare Animamigrante o Sanacore. Gli unici due brani che emergono sono una cover reggae sinuosa di Nino d’Angelo (Cioccolatina d’a ferrovia), cantata da Raiz in modo sopraffino con “sanghe e anema” – quel misto di incazzatura e di finezza, di alto e basso, che solo Napoli può far emergere – e Votta a passa’, con il parlato dell’attrice Cristina Donadio accompagnato da percussioni scarne, quasi un drum’n’bass ripulito dagli orpelli elettronici, altra chicca da tenere a mente, un breve racconto sulla vita di una ragazza diciottenne che tenta di uscire dal ghetto.

Purtroppo questa tensione non viene mantenuta negli altri brani: On The Run è un dub in chillin’ un po’ troppo seduto, Scatulune ha qualche inserto etnico che ricorda troppo i Novanta dell’esordio, ‘O ssaje comm’è presenta un po’ di incazzature ghetto in uptempo, Tiempo niro è un hip-hop con il featuring un po’ spento di Lucariello.

Un disco che non aggiunge molto alla carriera degli Almamegretta: ascoltabile dall’inizio alla fine, conferma come la maturità del trio originario (Gennaro “T” Tesone, Paolo Polcari, Raiz) si stia spostando da creatività a maniera. Il titolo è preso in prestito dall’acronimo di “Nescio Nomen”, una delle frasi coniate per registrare all’anagrafe chi nasce da genitori ignoti, che dovrebbe descrivere la molteplicità di stili nelle corde del gruppo. Nei pochi brani che emergono si coglie ancora la sapienza compositiva dei tre fondatori, a cavallo fra tradizione folk, hip-hop, dub ed elettronica, ma il resto del disco viaggia sui binari di una standardizzazione che non osa più portare a destinazioni mozzafiato. Peccato.

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