Recensioni

Si chiamano Alt-J, ma potete chiamali anche ∆ – delta o triangolo se preferite – ovvero il simbolo che su Mac è il risultato della combinazione dei tasti Alt e J.
Già dal nome è chiaro che siamo di fronte ad una band che ragiona guardando avanti, captando le microrivoluzioni concettuali della musica degli anni dieci: per entrare nel cuore degli indie-kid è ormai superfluo cercare l’hit da indieclub, è necessario piuttosto ricercare e sperimentare senza perdere di vista la fruibilità del prodotto.
I banchi dell’università di Leeds hanno fatto incontrare questi quattro ragazzi stanziati a Cambridge che, dopo il promettente EP Matilda/Fitzpleasure, pubblicano il debut An Awesome Wave su Infectious.
Con i Wild Beasts come padri tutelari, gli Alt-J mettono in scena un frullato incredibile di influenze che arrivano sia da Inghilterra che USA. Si potrebbe chiamare in causa la presenza dei cori e di alcune armonie folkish dei Fleet Foxes – Bloodflood, Ms – scalfite da strofe soul-hop/white r&b (Breezeblocks, Matilda… forse l’apice melodico del disco), di synth-drop corposi (lo stacco di Fitzpleasure), di un post-tutto con piccole dosi di elettronica a fare da collante, di saliscendi Everything Everything, senza però riuscire a descrivere fedelmente quanto mettono in campo – con una sicurezza disarmante per una band al debutto – Joe Newman e soci.
Proprio l’eccentrica vocalità di Joe Newman – da non escludere una futura carriera solista pop/soul – è il valore aggiunto dell’Alt-J sound, capace com’è di muoversi abilmente tra generi e tonalità differenti e di arricchire ritmiche arty figlie in parte dei Radiohead mid-00s.
Nonostante i riferimenti più o meno velati (e probabilmente anche forzati), la proposta degli Alt-J suona già oggi unica, personale, difficilmente inquadrabile e allo stesso tempo ipoteticamente di successo. Simbiosi perfetta tra sperimentazione e gusto pop, un concetto che in un mondo ideale sarebbe alla base della musica mainstream del futuro (leggasi Grimes).
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