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    15
    2013

Album

Riot Maker

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Lo dice anche wikitalia, gli Amari sono una band oramai storica della recente scena italiana, uno dei gruppi che per primi e meglio ha dato un senso al concetto di indie qui da noi, quando ancora li definivano e si definivano hip hop, prima che questa parola – indie – diventasse quello che è diventato: una parolaccia. Un percorso in crescita il loro, che ha raccontato il freddo della provincia italiana fatta di piazzette camerette relazioni amori fantasie interdizioni avrei voluto e avrei potuto con leggerezza e intelligenza, fino alla prima quadratura di Gran Master Mogol (2005) e fino alla resa all’intimismo del bellissimo Scimmie d’amore, probabilmente il disco italiano più importante del 2008. Poi il divertissement defatigante e di pancia dell’electofunk di Poweri (2009) e tante occupazioni collaterali, con Pasta a inseguire come sempre i sogni italo-house dei Fare Soldi e Dariella impegnato a scrivere i testi per Syria, fino all’omaggio agli 883 di Con due deca.

Era nell’aria che questo sarebbe stato il disco pop degli Amari e così è. Ed è anche il più italiano, nel senso di cantautorale, costruito su musiche asciutte, scarne, diremmo dimesse, quasi trasparenti, tutte al servizio della voce, basti sentire quelle vocali cantate e allungate (oooo) e quegli archi sanremiani e quei controcanti (in A questo punto, fin dal tema, un altro – implicito – omaggio alla poetica di Max Pezzali).

La cifra amariana è fortissima per quanto trattenuta all’essenziale, tutta condensata nell’intonazione, nella cadenza, nella prosodia di Dariella e Pasta, che cantano ancora una volta la provincia (cercando di spiegarla a chi sta in Africa) e il nostro tempo, che è il tema chiave di Kilometri: soltanto numeri in fila tra di noi, spazio percorso sineddoche di quello ancora da percorrere, e quindi futuro (vedere anche la criptoclessidra della copertina). Lo cantano in maniera lieve, come sostituendo la carta da scrivere con la carta velina, rigirando tutto in una agrodolce giocosa vena (non)narrativa dal taglio in fondo esistenziale. Con sparsi haiku folgoranti: Stare svegli è più facile che andare a dormire, Ti sembra assurdo che io debba mangiare, E’ una rivoluzione ad ogni malumore, Ieri ho scoperto la domenica sera, Da stavolta non ti vengo più a prendere, Com’era facile innamorarsi negli anni Novanta, Sin da piccolo spingevo sui pedali sapevo gareggiare ma non arrivavo mai.

Aspettare aspetterò è la loro English Man in New York; Ti ci voleva la guerra – come ha notato anche Rolling Stone – la loro Coffee & TV; il singolo Il tempo più importante ha il piano di certi Coldplay dei tempi d’oro – e quel prendere per mano il logorio dei giorni è così Battisti/Mogol – ed è semplicemente un instant classic; l’inciso di Il cuore oltre la siepe è un puro affondo nell’emo (come possono essere emo gli Amari); La ballata del bicchiere mezzo vuoto unisce filastrocche bambine e l’epica delle fanfare elettroniche di un Kanye West; Kilometri è un pezzo pop elegantissimo, con un cuore di felino r’n’b e una pulsazione alla Teardrop, come un ricordo fantasma di Antonella Ruggiero/Samuel. Sono canzoni che sono gioielli.

Con un disco come questo, tenero leggero ma anche ossessivo, come può esserlo guardare l’adolescenza dietro i vetri appannati di un tram (artisti del rimpianto), a metà strada tra gli XX e Samuele Bersani (amatissimi i primi da Dariella, il secondo presentissimo nel suo timbro e nelle sue inflessioni), il pop sbagliato di casa Riotmaker suona sempre meno sbagliato.

7 Gennaio 2013
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