Recensioni

6.7

È da un po’ che Max Loderbauer bazzica i territori dell’improvvisazione live elettronica. L’avevamo già visto alle prese con remix di pezzi storici ECM e del compositore Conrad Schnitzler insieme all’amico Ricardo Villalobos, con il suo gruppo NSI, nel trio di Moritz Von Oswald e in duo con Sasu Ripatti nel progetto Heisenberg. In questa nuova avventura affianca Claudio Puntin e Samuel Rohrer (con cui aveva collaborato separatamente in passato), per esplorare le possibilità di una nuova formazione jazz-electro-sperimentale. Puntin è un clarinettista/compositore svizzero che insegna all’Universität der Künste di Berlino e che si è occupato sia di classica che di jazz in numerosi dischi anche su ECM, mentre Samuel Rohrer è uno dei più bravi batteristi jazz in circolazione – ha collaborato, fra gli altri, con Colin Vallon, Patrice Moret (su ECM), Mark Feldman, Markus Stockhausen e Michel Portal – e dirige la arjunamusic, una label personale distribuita da Kompakt, su cui ha stampato anche questo lavoro.

Come suona la comunione d’intenti? Su disco le improvvisazioni – si sa – sono sempre e comunque rischiose, soprattutto se non codificate nei binari di un tema o di una conduzione sapiente della materia sonora. Un rischio che si corre anche qui, quando alle possibilità del free jazz si aggiunge un live electronics (il suono analog del sintetizzatore modulare Buchla 200e system) un po’ troppo meditativo (Toxic Underground, Timone). Le percussioni e i fiati sono abituati al linguaggio dell’espressione “libera”, mentre le macchine di Loderbauer risentono della sua attitudine da studio e soffrono, in qualche passaggio, ripetizioni o tentennamenti che avrebbero potuto essere forse curati di più in fase di post-produzione.

Sono comunque di buon livello le connessioni con l’hip-hop sghembo di Kid Koala (Erdkern), la minimal (Tund) o l’industrial (Tragus), ma forse il bello di questo disco sta proprio negli errori, nelle imperfezioni; infatti, secondo le testimonianze del live rintracciabili su YouTube, sembra che il progetto possa sfondare proprio sulle onde dell’emotività da “buona la prima”, mentre su supporto fisico l’ascolto sembra essere inficiato da una ripetitività che fa calare la tensione.

C’è ancora tanta strada da fare per coniugare macchine e strumenti. ambiq è un buon inizio: diamoci da fare allora, il secondo e già programmato album (si vocifera, una collaborazione con Villalobos), risulterà sicuramente più gustoso.

PS: Il disco viene accompagnato in separata sede da uno split 12’’ intitolato ambiq remixed, dove Villalobos remixa Tund e Tobias. (il resident del Berghain) rivisita Toxic Underground.

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