• dic
    16
    2016

Album

The Prisoner Records

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Hippie Dixit è un bello specchio di intenzioni, ma anche un inevitabile gioco di stimoli e reazioni. Da un lato, ovvero quello dell’artista, l’impresa è tirare le fila di un suono lasciato libero di scorrazzare e talmente elaborato, nella sua ricchezza formale, da stordire; dall’altro, ovvero quello dell’ascoltatore, la sfida è trovare materialmente il tempo e la concentrazione per calarsi in – e rimanere sintonizzato con – un lavoro lungo due CD che rappresenta un vero e proprio trip di pinkfloydiana memoria, e non solo per alcune analogie riscontrabili nell’impasto musicale ampio ed evocativo. Del resto Amerigo Verardi è uno che ha sempre flirtato con un’idea di musica non troppo legata a un pragmatismo serrato e cinico, per quanto ispirata da un certa attitudine psych-pop-alternative rock piacevolmente deviata e personalizzata con progetti come Lotus e Lula.

Non basta un solo ascolto per capire Hippie Dixit. Le cose cominciano a farsi più chiare dal secondo giro in poi, quando L’uomo di Tangeri e il suo cozzare tra djembe, bendir, bouzouki e un’idea di medioriente/Africa costruita su un basso pulsante e visionario (tornano in mente i Black Sabbath di Planet Caravan) comincia a convincerti che la complessità subodorata, in realtà, sia solo apparente. O per lo meno in sottofondo. Il clima allentato che si coglie nel brano diventa la chiave per decrittare un album che lavora di sponda e sugli accenti (il pop espanso e afro di Pietre al collo, il blues/etno-disco-psych di Due Sicilie, il raga “modificato” di Cisternino Bhole Baba Dhuni e A me non basta, il pop brit-psichedelico di Le cose non girano più), fino ad arrivare a una sintesi musicale che, pur non cercando mai la soluzione più facile, ha la facoltà di creare in chi ascolta una “abitudine ai suoni” sorprendentemente immediata. Ottimi brani, dai due ai quattordici minuti di durata, che trovano anche il tempo di omaggiare l’“hippie” del titolo con certe freakerie in bilico tra terzomondismi sixties e new age sui generis (come new age ci pare la cover di un disco in realtà assai più profondo di quanto non dica la fotografia che lo rappresenta), declinate ad esempio nella strumentale A Piedi Nudi, nell’ambient inquieta à la Popol Vuh di Korinthos o in una splendida Viaggi di Paolo in bilico tra David Gilmour, La Mecca, il krautrock tedesco e lo spazio più profondo.

Amerigo Verardi con questo album sembra voler prendere le distanze – c’è da dire, con grande classe – dal suo passato più noto. Il fatto che Hippie Dixit sia uscito il 16 dicembre 2016, a classifiche di fine anno praticamente già chiuse (almeno, su SENTIREASCOLTARE), ha forse pregiudicato il giusto posizionamento che invece avrebbe meritato il lavoro nelle liste dei migliori dischi del 2016. Rimediamo ora, spedendolo di diritto tra i nostri Top Album.

8 gennaio 2017
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