• Apr
    20
    2015

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Open Production

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I romagnoli Amycanbe rappresentano dal 2005 una delle realtà musicali di assoluta eccellenza di cui il nostro Paese può vantarsi, senza alcun timore reverenziale anche al di fuori dei propri confini. Algidi custodi di un’espressione originale e di una personalità ormai immediatamente riconoscibile, i Nostri riescono a creare canzoni che sanno unire una semplicità disarmante ad una raffinatezza e ad un’eleganza uniche. Classe cristallina e buon gusto musicale limpidissimo, conducono per mano l’ascoltatore in mondi sospesi e incantati, unendo l’incontaminatezza degli infiniti paesaggi evocati dal folk alla notturna urbanità del trip hop, il tutto con un approccio che profuma di minimalismo e non va mai sopra le righe, semplicemente perchè non ne ha bisogno: quella della band è una poeticità sussurrata in punta di piedi, intima senza essere dimessa, estremamente evocativa ma mai eccessiva.

Wolf è il terzo disco sulla lunga distanza, e sembra mettere da parte le ultime suggestioni folk e acustiche che ancora permeavano il precedente (e meraviglioso) Mountain Whales, per l’approdo definitivo a un’elettronica fragile e delicata che si alterna talvolta a tentazioni elettriche rarefatte ed eteree. Con sfoglie trip hop dal sapore Portishead e alcuni echi vagamente Woodkid (Fighting) in cui però l’epicità è trasfigurata in raccolta emotività, al di là dei rimandi d’obbligo per inquadrarne la proposta, gli Amycanbe riescono nel passo più difficile: suonare ormai unicamente uguali a sé stessi. La bellissima voce di Francesca Amati è lo stupendo veicolo per immergersi nel gelato lago montano immortalato nella bella copertina, appoggiandosi su basi raffinate ed arrangiate. Il primo singolo estratto I Pay e la caleidoscopica Bring Back the Grace sono forse i due picchi di un album senza passi falsi, che sa garantire quel “high quality time” invocato dalla seconda traccia citata. Bravi.

27 Aprile 2015
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