Recensioni

7.3

Andrea Belfi cita Steve Reich e la sua Pendulum Music del ’68 quando racconta, nelle note del disco, di aver adoperato e messo a punto un sistema di trattamento del suono con cui mettere in circolazione le onde raccolte generate o articolate da tamburi, microfono a contatto che va dritto al synth, speaker che punta al tamburo stesso e così via. Un loop che descrive benissimo il mood, il retroterra e gli spunti analitici di Wege, sua quarta prova. E una volta di più ci dà l’occasione di sottolineare quanto Reich sia fondamentale punto di riferimento per capire l’universo dell’impro elettroacustica contemporanea – o almeno il suo Drumming, non solo per evidenti attinenze con il percussionista Belfi, ma anche per l’attenzione alla timbrica come aspetto compositivo, per esempio.

Tutto nasce dalle pelli. Del resto la quintessenza del ritmo è un’onda, un’oscillazione, che esplicita la pasta della sua frequenza, e Belfi, tra gli altri, ha introiettato questa intuizione e ne ha fatta strategia e poetica, di fatto una peculiarità estremamente caratterizzante dell’elettroacustica odierna. Epperò lo spettro degli strumenti di Wege è più ampio, o meglio, le percussioni sono meno protagoniste delle uscite precedenti di Andrea; sicuramente sono la sua interfaccia operativa, ma non quella percepita. In tutto questo la ricerca sulle timbriche percussive (l’output vero e proprio forse dei quattro atti di Wege, tedesco per sentiero) arriva, nella lunga suite iniziale, a lambire tratti molto scelsiani; mentre risuona il minimalismo di Tony Conrad nel tappeto di violino (Stefano Riveda) e violoncello (Greg Haines) di B.

Le prime due tracce sono lunghe suite sperimentali. Toccano l’orecchio con toni accattivanti e non repulsivi. La seconda parte (tracce C e D) è meno ricca di minutaggio e di collaborazioni (solo Manuel Giannini che parla e Attila Favarelli alle prese con lo speaker rotante in C, la chitarra di Machinefabriek in D), rispetto al novero di ospiti complessivo del disco: da Pilia a Tricoli, Stefano Tedesco, Massimo Carozzi, Andrea Faccioli, tra gli altri, e il mastering e co-mixing del solito (e impeccabile) Giuseppe Ielasi. Un network timbrico-tecnico-musicale (nel concept) e una rete di persone (che sono, ognuna di esse, nodi) attorno al progetto del singolo, che si presterà a fare altrettanto per ognuno di loro alla prossima occasione. Ci viene da dire l’intelligenza collettiva realizzata, di questa “scena” o ambiente di elettroacustici. Ma ci torneremo sopra.

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