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7.2

Tre anni fa celebrammo Noble Beast come il probabile punto di arrivo di un cantautore che già da qualche stagione stava vivendo la fase di grazia. Forse ci avevamo preso, ma non è una brutta notizia. Ce lo suggerisce il fatto che questo Break It Yourself, album numero sei per il violinista chicagoano, non tenta di alzare l'asticella della calligrafia come avevano fatto sempre i predecessori – approdando ad un godibilissimo stallo tra rarefazione e intensità, tra sdilinquimento esotico e nostalgia tradizionalista – ma sembra come svariare attorno alle posizioni consolidate, permettendosi un approccio a bassa fedeltà (pare che le incisioni siano avvenute su un 8 tracce) che conferisce al sound una fragranza più rustica e assieme misteriosa.

Quattordici tracce che giochicchiano con la disinvoltura di chi non ha perso la misura e il polso della cifra espressiva, un disimpegnarsi fragrante che solo a tratti tradisce mestiere (la carineria ingegnosa di Give It Away, funky esotico agrodolce, o la vaghezza caraibica di Desperation Breeds, come un gingillarsi senile di David Byrne) ma che in genere se la cava distribuendo ipnotiche intuizioni d'arrangiamento e scrittura: vedi il folk marezzato gospel blues di Lazy Protector, vicino al Beck col motore al minimo, o la trepidazione aggraziata di Danse Caribe, come una brezza Paul Simon sotto il front porch, oppure e soprattutto quella Hole in the Ocean Floor che sciorina solennità cinematica tra mantici d'archi e una chitarra grattugiata, nella quale percepisci trasporto folk Van Morrison e densità trascendentale Tim Buckley.

Al solito, lo sguardo è puntato laggiù nello stesso orizzonte dove s'intrecciano le direttrici geografiche e temporali degli M Ward o dei Sufjan Stevens, il primo palpabile tra i trastulli sintetici e i suffumigi jazz-dub di Near Death Eperience, il secondo a benedire d'estro balzano il wave pop onirico (e vagamente smithsiano) di Eyeoneye. Un disco quindi che segna la transizione dall'apice creativo alla maturità persistente, il cui sigillo può essere idealmente individuato in Lusitania, tutto un languore seppiato folk asperso di aromi bluesy di quelli che apparentemente gli escono dalla mano sinistra, ma la forma è impeccabile e l'incedere toccante, impreziosito dalla voce di Annie Clark (meglio nota come St. Vincent). Andrew Bird si ripete, ma – come è prerogativa dei grandi cantautori – non delude.

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