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<p class="recensionetesto">Wall-E è il nono film della Pixar, dopo <b><i>Toy
Story</i></b>, <b><i>In cerca di Nemo</i></b> e, soprattutto, dopo l’ultimo capolavoro che è<b><i>Ratatouille</i></b>.
Questo ricco gioiello d’animazione sposa fantascienza e commedia romantica, ha
uno sfondo futurista/surrealista, mostra un simpatico robottino che, in una
scena post-apocalittica, fa la corte ad una sua simile in versione hi-tech e,
infine, non manca di mandarci precisi messaggi d’ammonizione nelle maniere
bonarie tipiche dei prodotti targati Disney. </p>
<p class="recensionetesto"><b><i>Wall-E</i></b> (Waste Allocation Load Lifter
Earth-class, ovvero sollevatore di carichi e collocazione rifiuti, classe
Terra) vive, insieme all’amico scarafaggio, sul pianeta Terra ormai spopolato,
impilando cubi di immondizia compattata che producono visioni a metà tra le
rovine Maya e le foreste pietrificate di Max Ernst. L’incontro con Eve
(Extra-terrestrial Vegetation Evaluator) porterà alla seconda parte del film
che si svolge sulla nave spaziale Axiom in cui uomini, ormai ridotti a letargiche
“patate”, obesi e incapaci di movimento, sono guidati e serviti da robot e
megacomputer. Sotto la direzione, inoltre, di una società che porta l’eloquente
nome di Buy’n Large (gioco di parole fra il senso letterale dell’espressione “by
and large“ che significa “globalmente“ e il significato che assume qui, “compra
e ingrassa“), gli uomini hanno perso completamente memoria della loro
provenienza e dovranno impegnarsi a riconquistare le proprie origini ritornando
sulla Terra, grazie alla rinnovate<span>&nbsp;</span>possibilità di vita rappresentate dalla piantina portata da Eve, una
sorta di Graal. </p>
<p class="recensionetesto">La prima parte è lirica e poetica, può contare
sull’alta qualità dell’immagine e sulla suggestione delle visioni. C’è,
inoltre, l’interessante commistione fra il digitale e l’analogico,
rappresentato, quest’ultimo, dal VHS che Wall-e continuamente rivede e dagli
ologrammi pubblicitari in cui compaiono riprese di uomini in carne ed ossa. Questa
prima parte è pienamente cinefila, densa com’è di riferimenti alla memoria
cinematografica. L’assenza di parlato non fa che ribadire l’idea, richiamata
anche dai titoli di testa finali, che il cinema sia sempre stato, fin
dall’inizio, animazione e movimento, prodigio della cinetica. Sull’iconografia del
film molti sono i riferimenti: il film è stato presentato, in America, come “R2-D2
The Movie“, riferendosi alla somiglianza, non solo fisica, con il droide di <b><i>Star
Wars</i></b> (1977), immaginato dallo stesso <b>George Lucas</b>, iniziatore della saga, che in Italia è diventato
C1-P8. Con lui, soprattutto, Wall-e condivide la vocalizzazione: robots e
droidi che squittiscono e ronzano senza proferire parola. In realtà, è anche
vero che Wall-e assomiglia di più, nelle fattezze, al robot timido e romantico
Johnny Five di <b><i>Corto circuito</i></b>, così come, ovviamente, ad <b><i>E.T.</i></b> e, meno noto da noi,
a quei “toaster su gambe“’ che erano i robots <b>in <i>2002, la seconda odissea</i></b>.
Con quest’ultimo film, per altro, Wall-e condivide anche la causa ecologista,
ma questo è davvero un tema infinito nel cinema, soprattutto di fantascienza.
Eve, al contrario, ovoidale robot-femmina, liscia e bianca come un tipico
prodotto Apple, schizzata come una variante della fatina Campanellino con la
velocità di Beep-Beep, è ovviamente di una generazione successiva a quella di
Wall-e (il rapporto tra l’arcaico e l’hi-tech è tema portante nel film). La sua
entrata in scena innesca non solo il motore narrativo per la seconda parte ma
anche una specie di violento balletto meccanico che si trasforma in scene da
vera e propria slapstick comedy.<span>&nbsp;&nbsp; </span></p>
<p class="recensionetesto">Il fatto che Wall-e abbia sviluppato, tra i detriti di
una civiltà ormai scomparsa, una sorta di personalità, alimentata dal lavoro
risoluto di uno spazzino futurista, rappresenta certamente il lato più poetico,
in accordo con la tradizione di ottimismo, anche se edulcorato, della Disney.
Wall-e è stato definito uno “<i>Stalker</i>straccivendolo“ (Hervé Aubron, Rouleau compresseur in Cahiers du Cinema,
juillet/aout 2008, pag. 44), guardiano dei ricordi e collezionista curioso,
come lo erano i surrealisti all’epoca del fascino dell’<span lang="FR-CA">objets trouvés </span>e del <span lang="FR-CA">bric à brac</span>. Immerso in questo silenzio
sospeso, mentre butta un anello prezioso e si tiene la scatola, conservandola
con amore insieme ad accendini decorativi, lampadine rotte, il cubo di Rubik,
forchettine tondeggianti, la cassetta di Hello, Dolly! sembra echeggiare a un
Charlot-freak futurista contro il consumismo. Gli oggetti del ricordo
accumulati in maniera (anti)economica e anarchica rendono il container dove
Wall-e si “ricarica” una specie di grande lanterna magica. È, inoltre, tipica
tendenza della Pixar (<b><i>Toy Story</i></b>, <b><i>Cars</i></b>) quella di evocare
malinconicamente un passato, il senso bello e triste con cui si guarda a “come
eravamo”. In questo modo la seconda parte in cui si paventa un senso di
tirannia sull’umanità da parte dell’intelligenza artificiale (l’uomo compare,
tra l’altro, non più come fantasma d’immagine analogica ma come CGI)<span>&nbsp; </span>assume un senso ancor più rigoroso e ambiguo,
dal momento che è proprio il ventre di un robot sentimentale a costituire
l’archivio/tomba, come un database, del nostro passato.<span>&nbsp; </span></p>
<p class="recensionetesto">I primi minuti di questo film sono davvero il più
bell’incipit mai visto nell’ultimo cinema americano. Si è parlato di un
confronto con un’altra immagine di metropoli abbandonata come quella di <b><i>Io
sono leggenda</i></b><i>&nbsp;</i>ma questo è molto
più lirico, meno ossessionato dalla velocità. Quando, nella primissima scena
del film, entriamo delicatamente nell’atmosfera terrestre e ci troviamo di
fronte ad una scena apocalittica, illuminata nella luce calda del tramonto e
contrappuntata da <i>Put OnYyour Sunday
Clothes</i> (da <b><i>Hello, Dolly!</i></b>) non possiamo che essere d’accordo con chi ha
parlato di una superiorità dei film Pixar rispetto ai film DreamWorks,
decisamente più commerciali e attenti alle mode del momento. Se ne potrebbe
discutere a lungo ma non possiamo non riconoscere che, fino ad ora, una
personale e specifica poetica (epica, senso dello spazio, potere immaginifico,
critica sociale) sia stata sviluppata più dalla Pixar che non dalla DreamWorks,
guidata solo dal principio dell’intrattenimento. </p>

14 Dicembre 2008
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