• Set
    01
    2009

Album

Skyscraper Music Maker

Add to Flipboard Magazine.

Anni fa, su una rivista di musica per i giovani, avevamo beccato un servizione con foto splash-page di pogo mitologici (legnate a mai finire ma tutti col sorriso stampato in faccia) e intervista a questa specie di guru del casinarismo che dichiarava cose come: «Non importa se è sangue, sudore, piscio o sperma: basta che alla fine della festa tu sia bagnato fradicio!». Era Andrew WK, nella sua epifania più classica di (finto) autolesionista hard-poppettaro ottusissimo (musicalmente parlando). Era il 2001, e lui presentava il suo debutto I Get Wet, due tonnellate di riff di chitarra, un po’ di tastiera e melodie tipo Aqua, un disco tanto brutto da essere un vero spasso (e un culto): il fascino dell’orrido. Che se ci fosse (più?) ironia sarebbe un gioiello del demenziale. Ci è, ci fa?

Andrew, negli anni, si è poi dimostrato tutto tranne che ottuso, e guru lo è diventato sul serio: personaggio mediatico USA a 360 gradi e "motivatore" new age, di quelli che fanno le serate nei teatri e ti dicono «Tu ce la puoi fare!». Arriva adesso al quinto album (ma di dischi ne ha fatti molti di più, ad esempio due di sole cover di pezzi giapponesi) e inaugura una label tutta sua. Su vinile il disco glielo stampa nientemeno che Thurston Moore, con la sua Ecstatic Peace, e allora viene il dubbio. Saranno le solite robe?

Andrew, che ha studiato il piano fin da piccolissimo, ha fatto un disco piano solo. Composizioni estemporanee catturate in una session di due ore, ipnotizzato, dice lui, dalla somiglianza tra lo Steinway che aveva sotto le dita e la Cadillac parcheggiata lì fuori, sorta di totem notturno che lo ha ispirato, pezzo di modernariato appartenuto, dice sempre lui, ad uno degli "architetti" della Guerra Fredda. Espressione perplessa. Ma rientra nel personaggio.

Sono pezzi per piano solo, introdotti da cicaleggi (che fanno tanto notte nella suburbia) e rumori di auto, e variano dall’iniziale sfogo in ondose iterazioni figlie del minimalismo (versante Charlemagne Palestine), a incursioni nel rag, ballad-jazzie, pop dei tempi che furono, notturni, ricordi di colonne sonore e della classica che ha studiato, qualche tocco free-casinista. Non si smentisce Andrew nel finale, non si trattiene, e ci appiccica sopra schitarrate ed effettacci vari, chiudendo tutto con una specie di "Cadillac-Om". Anche se non è impeccabile, Andrew sa suonare, e ci sono momenti compiuti (altri invece sono proprio incompiuti, troppo "di palo in frasca"), altri ancora sono divertenti, altri semplicemente piacevoli come sottofondo. Ma è proprio il senso della cosa, almeno fuori dalla sua filosofia dello sfogo a tutto i costi, soltanto declinata in maniera diversa dal solito, che sfugge al non iniziato. Bravo per l’effetto sorpresa.

19 Settembre 2009
Leggi tutto
Precedente
Cave Singers (The) – Welcome Joy Cave Singers (The) – Welcome Joy
Successivo
Squarepusher – Solo Electric Bass 1 Squarepusher – Solo Electric Bass 1

album

artista

Altre notizie suggerite