Film

Add to Flipboard Magazine.

Ventisette sono stati gli anni necessari per realizzare il primo adattamento cinematografico di It dopo l’arrivo sul piccolo schermo della serie con Tim Curry. Ventisette sono pure gli anni che trascorrono dagli eventi del capitolo uno a quelli del capitolo due. I numeri che si ripetono potrebbero essere una pura coincidenza oppure i segnali di un progetto il cui più grande limite è proprio la sua macchinosa prevedibilità, avendo riproposto uno schema uguale per entrambi i film senza spostarsi dal formato blockbuster di largo consumo. Che poi forse non è mai rientrato nei piani della Warner Bros confezionare qualcosa di differente, e il secondo pezzo del dittico sembra confermarlo, suo malgrado, a fronte degli spunti poco approfonditi. C’è da dire che almeno la forza del nuovo “franchise” è rimasta intatta (però serviva vedere il quadro completo per arrivarci), cioè quella magica intesa tra cast e personaggi, e non soltanto per la continuità fisica ma anche per la capacità degli attori giovani e adulti di prendersi sul serio e di far vivere e vibrare le loro caratteristiche restituendo almeno l’essenza della scrittura di Stephen King relativamente allo studio dei personaggi.

In It: Capitolo Due torna il clown Pennywise come avatar delle paure, un simulacro del male che serpeggia nella piccola cittadina di Derry stavolta più “maturo” e terrificante del precedente episodio. Cambiando forma a seconda dei traumi dei Perdenti, l’anima del mostro si nutre della crudeltà umana e questa metafora percorre le strade dell’ordinario e del fantastico emulando il romanzo. Il luogo resta il centro del dramma reale (con il film che inizia mostrando l’aggressione omofoba a Adrian Mellon dopo la fiera) in quanto provincia del mondo regredita e senza speranza, e questa geografia del terrore costruita prima da King e poi messa in scena da Andy Muschietti ribadisce il suo essere prodotto dell’ignoranza insieme alle tematiche care all’autore: la forza del collettivo e la sua etica universale, l’innocenza che può diventare un’arma per sopravvivere e lottare, il cambiamento tra infanzia e maturità e la possibilità che non si possa cambiare affatto, nascondendo sotto la superficie i traumi.

Alla luce di quanto visto, più che la costruzione dell’immaginario orrorifico a spaventare è l’aspetto prefabbricato dei due film, che inspiegabilmente finiscono con una sequenza identica senza aggiungere qualcosa rispetto a ciò che sapevamo già della storia, dei protagonisti e del contesto in cui sono inseriti. Non c’è nemmeno uno sguardo allargato sul genere né libertà creative che giustifichino la scelta di Muschietti al posto di un altro regista in un adattamento dove cuore, mente e stomaco vengono divorati da una struttura vecchia destinata a non lasciare traccia. Le grandi opere ci riescono grazie alla ricerca sul momento storico e all’analisi dell’elemento umano, come fece King per gli anni cinquanta, e purtroppo di quello sforzo intellettuale sono rimaste solo le briciole.

5 Settembre 2019
Leggi tutto
Precedente
The Magnetic Fields – 69 Love Songs
Successivo
Simone Isola, Fausto Trombetta – Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari

film

artista

recensione

artista

artista

artista

Altre notizie suggerite