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7.5

Che Andy Shauf fosse un grande storyteller contemporaneo non lo veniamo a sapere certo oggi. Già all’epoca del precedente The Party, il nostro costruiva abilmente la sua narrazione attraverso il filo conduttore di una festa organizzata in casa, in cui analizzava sapientemente questo o quel personaggio saltellando da un sentimento all’altro, da una sensazione ora lieve ora grave, dove il suo sguardo spesso si rifletteva nei protagonisti del racconto oppure approfittava delle pause – di sospensione di quello stesso sguardo – per cercare un punto di vista sempre diverso, un altro da sé da cui poter carpire segreti. Quattro anni dopo torna con quello che è un vero e proprio racconto – quanto sia fortemente autobiografico è intuibile dall’alto tasso di coinvolgimento del narratore/autore. «Oh, I’m just fine, I’m wasting time, sometimes there’s no better feeling than that». Prima ancora che essere luogo fisico, il Neon Skyline in cui è ambientata tutta la storia, che copre l’arco di una sola notte, è un luogo dell’anima, un rifugio spirituale dove poter annegare gli affanni della vita o dove poter semplicemente sprecare (con la gioia e la spensieratezza proprie della gioventù) il proprio tempo.

Al termine di una giornata non esaltante, il Nostro si dà appuntamento con l’amico Charlie al solito pub (il Neon Skyline del titolo) e qui la serata sembra indirizzarsi sui binari prestabiliti, con la consueta sbronza a cancellare come un colpo di spugna su una lavagna lurida i disagi dell’esistenza, ma già dai versi iniziali capiamo quanto il protagonista sia attraversato da una potente nostalgia. Già a metà del primo brano spunta un nome che lo martellerà per il resto della serata: si tratta della sua ex, Judy. Come ne I nottambuli di Edward Hopper vedremo quindi alternarsi all’interno del locale una serie di personaggi, volti noti e meno noti, suggestioni, che spingeranno il protagonista a riflettere sulla sua storia fallita, costringendolo a un bilancio tanto prematuro quanto necessario. C’è l’amico Charlie, che come in quei romanzi dei ruggenti anni Venti chiama ancora “old man…“, c’è la barista Rose – dal fascino non eccessivo ma efficace, ottimo per una disimpegnata compagnia -, c’è Claire che mentre ordina un drink si sente in colpa per non aver prestato la dovuta attenzione al figlioletto e via discorrendo… Insomma, intorno a Andy – lo chiamiamo così il nostro protagonista, no? – ruota la vita di alcuni degli sconfitti più adorabili che si ricordino, dipinti (è proprio il caso di dirlo) con leggerezza, qualche spruzzata di profondità e una gentilezza nei toni e nelle ritmiche che oggi suonano come una bellissima boccata d’aria fresca, un ritorno a casa a lungo rimandato e da molto tempo agognato.

«Rose asks if we want another / I say, “I’ll take another life”». Oltrepassata la (cruciale) soglia dei 30 anni, si diventa tutti più o meno consapevoli del peso dell’esistenza, dell’incombere delle responsabilità non più rinviabili, degli errori commessi con aria inconsapevole e sbruffona, di tutte quelle piccole interconnessioni umane che ci hanno portato al punto finale di questa riflessione; come un vecchio amore, tormentato, doloroso, con pochi momenti di dolcezza che rimbombano nella cassa dei nostri ricordi in maniera più frastornante di tutte le altre fastidiose situazioni che pure hanno reso inevitabile la separazione. E proprio in uno dei momenti più poetici di The Neon Skyline, Shauf prepara il tappeto rosso per l’ingresso in scena di Judy, fino ad allora solo evocata attraverso discorsi o il dispiegarsi di ricordi: mentre i Nostri decidono di «making their way to the moon and taking off soon», la realtà piomba all’interno di quello che è a tutti gli effetti un checkpoint tra la fantasia e lo sconforto, tra la consapevolezza di una vita che riserverà altri rimpianti e il gusto, sacrosanto, di fregarsene. Quello che in un primo tempo è una sequenza condita dei difetti più fastidiosi che il narratore sceglie appositamente per non farsi di nuovo ingannare dalle emozioni, presto lascia il posto al precipitare nel vortice della nostalgia, come il gesto di raggiungere con la propria la mano di lei, pur sapendo che la sconfitta è inevitabile.

«She says, “I’ve missed this”/I say, “I know, I’ve missed you, too”». Dopo una notte amara, ma dolce, la gioia esplode nell’unico luogo in cui è ammessa: «somewhere between drunkenness and sincerity». The Neon Skyline racconta la storia di una notte, che può facilmente essere la notte di chiunque, perché trattasi di esperienze universali, filtrate attraverso una capacità espressamente cinematografica, dove pare di vederle davvero quelle scene di vita notturna, di ripensare alle nostre, alle sbronze in compagnia, ai discorsi sui massimi sistemi delle due di notte, alle sfuriate sentimentali di quando non avevamo che appena vent’anni, di tutte le volte che abbiamo rimpianto qualcosa e delle volte che lo rifaremo. Sono i ricordi che ci fregano, con la maturità acquisita a ricordarci gli sbagli commessi. Eppure, senza di essi saremmo perduti. Il tempo che ti piace buttare, non è buttato. Andy Shauf ce lo ricorda con uno degli album migliori dell’anno.

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