Recensioni

Il 6 gennaio esce su vinile negli Stati Uniti, il 12 su CD nel Regno Unito. Entro dicembre sarà l’album più acclamato dalla critica dell’anno secondo Metacritic, il disco dell’anno per Pitchfork, Spin, Entertainment Weekly, KEXP, Clash. La canzone My Girls verrà eletta miglior brano dell’anno sia da Pitchfork che da Slant Magazine. Venderà oltre 200.000 copie entro il 2012, più del doppio di qualsiasi altro disco della band. Entrerà nella classifica Billboard al numero 13. Tutto questo per un disco di psichedelia sperimentale di un gruppo di ragazzi cresciuti a Baltimora che si chiamano con nomi da animali da cartone animato. Stiamo parlando di Animal Collective e del loro Merriwether Post Pavilion.
Disco numero otto di una carriera che fino a quel momento aveva assunto i confini spirituali del culto, muovendosi con perizia tra folk, psichedelia, vibrazioni avant, l’orizzonte del pop come meta ambiziosa ma mai toccata fino al momento in cui gli astri sembrano allinearsi in un quell’irripetibile, ultimo momento di ottimismo e possibilità che è stato la fine del primo decennio del secolo e l’inizio del successivo.
Nel 2009 Carles, il blogger anonimo di Hipster Runoff, inventa il termine chillwave per descrivere artisti come Washed Out, Neon Indian e Toro y Moi che stavano facendo musica domestica, satura di riverbero, volutamente fuori fuoco come una fotografia sovraesposta di un’estate che non tornerà mai. È l’anno in cui David Keenan su The Wire conia l’etichetta hypnagogic pop per descrivere quella stessa tendenza con un vocabolario più teorico: musica come sogno lucido di una cultura pop che aveva consumato tutto il possibile e stava cercando di ripartire dai frammenti. Io, molto più modestamente, sulle pagine del Mucchio Selvaggio iniziai a chiamare quel tipo di musica hyper pop, ma lo usavo solo io e poi adesso vuol dire altro.
Il 2009, poi, è l’anno in cui il rock come forma dominante della musica alternativa sta cominciando a cedere il passo a qualcosa di diverso, di più frammentato e ubiquo. È l’anno in cui Barack Obama viene inaugurato presidente tra aspettative messianiche che il decennio successivo si occuperà di demolire sistematicamente. Ed è, soprattutto, l’anno in cui l’era dei blog musicali — Gorilla vs. Bear, Stereogum, Brooklyn Vegan, lo stesso Pitchfork in versione ancora relativamente artigianale — è al suo apice assoluto: mai più la critica musicale anglosassone avrà quella velocità di reazione, quella urgenza collettiva, quella capacità di costruire un consenso in tempo quasi reale attorno a un disco uscito la settimana prima.
In questo contesto, il fatto che Merriwether Post Pavilion venga dichiarato album dell’anno già a gennaio — letteralmente prima che fosse uscito su CD — è rivelatorio non tanto dell’arroganza dei critici quanto della fortuna storica di quel disco. Era il disco giusto per quella macchina critica, quella bolla temporale, quell’appetito. Quello SPIRITO-DEL-TEMPO. Ma è stata anche un’epifania genuina, almeno per chi stava cercando quella cosa lì, quel punto di fusione tra pop e avanguardia, tra melodia e texture, tra il calore del corpo e il freddo della macchina.
Gli Animal Collective vengono da Baltimore, Maryland, e si conoscono praticamente dall’infanzia. Avey Tare (Dave Portner) e Panda Bear (Noah Lennox) si incontrano al liceo e iniziano a fare musica insieme agli inizi degli anni Duemila con un approccio già completamente fuori dalle categorie del tempo: freak folk, psichedelia abrasiva, collage di campionamenti e noise, canzoni che sembrano sogni fatti ascoltando Brian Wilson in un bunker sotto una discoteca techno. Geologist (Brian Weitz) si aggiunge presto, Deakin (Josh Dibb) un po’ dopo. La band pubblica dischi su etichette piccole, suona concerti in cui la performance è già quasi teatro, costruisce un culto di fedelissimi. Quando nel 2007 Panda Bear pubblica il suo disco solista Person Pitch — un’architettura di loop e campionamenti che la critica saluta come una delle cose più straordinarie degli anni Duemila — il perimetro di ciò che gli Animal Collective possono fare si allarga visibilmente. È il disco che definisce la grammatica di Merriwether Post Pavilion prima ancora che Merriwether Post Pavilion esista.
Il disco nasce in assenza. Dopo Strawberry Jam (2007), Deakin decide di prendersi una pausa per ragioni personali. I tre rimasti — Avey Tare, Panda Bear e Geologist — si trovano a dover costruire un disco senza chitarra, o quasi. La soluzione che trovano è radicale nei mezzi ma sorprendentemente accessibile nel risultato: fanno un disco basato interamente su campionatori e sintetizzatori, suonando come se stessero costruendo un palco dal basso. I synth di riferimento sono il Roland SH-2 e il Juno 60, strumenti che usano da anni. Arrivano al Sweet Tea Studio di Oxford, Mississippi, scelto per la sua privatezza radicale. Durante l’intero mese di lavorazione al disco, le uniche persone presenti erano il produttore Ben H. Allen, il suo assistente e i tre musicisti. Nessun telefono, nessun computer, una piccola città del Sud dove nessuno sapeva chi fossero.
Le batterie, però, non sono elettroniche ma vengono registrate su una vecchia Gretsch da studio, un pezzo alla volta. Ogni elemento percussivo viene poi campionato, rielaborato con strati di riverbero e overdubbing multiplo fino a diventare qualcosa che non si capisce bene come faccia a suonare in quel modo. Per usare una categoria moderna, è come se gli Animal Collective si fossero “auto“ hautologizzati, diventando spettri per catturarne l’essenza e proiettare il proprio sound nel futuro. Ai tempi, infatti, si parlò proprio di “feel di un altro mondo”.
Avey Tare dice due minuti e mezzo dentro la canzone che apre il disco: If I could just leave my body for a night. Poi, nel momento esatto in cui lo dice, In the Flowers si apre e dentro ci passa tutto: archi, percussioni, un assalto sonoro non violento ma di generazione di più significati tutti allo stesso momento.
Ma se il disco è diventato uno dei cardini cui guardiamo quando ripensiamo a quegli anni è merito di My Girls. Il testo è stranamente letterale per una band abituata all’ermetismo: I don’t mean to seem like I care about material things / like a social status / I just want four walls and adobe slabs / for my girls. Avey stava diventando padre. La canzone parla di quel passaggio, di quella soglia in cui il desiderio di libertà e il desiderio di costruire qualcosa di stabile si toccano e non si escludono più. Il groove è massiccio e circolare, una catena di campioni che gira su se stessa mentre le voci si stratificano in armonizzazioni che devono qualcosa ai Beach Boys ma anche al gospel, a qualcosa di ancestrale che precede tutti questi riferimenti. È un disco che dimostra come si possa fare musica dance per gente che non va in discoteca, musica psichedelica per gente che non prende droghe, musica pop per gente che non vuole accontentarsi del pop.
Bluish è quasi una ballata, costruita attorno a un arpeggio sintetico che si scioglie su se stesso mentre Avey canta di una ragazza attraente non per la sua bellezza ma per come commenta le cose ordinarie (“some kind of magic in the way you talk about your blue eyeshadow”). Summertime Clothes è la cosa più vicina a un singolo radiofonico convenzionale che abbiano mai fatto, e suona come se qualcuno avesse preso un pezzo dei Primal Scream di Screamadelica e lo avesse remixato con campioni di musica da giostra. Daily Routine affronta la complessità di conciliare l’istinto creativo con la responsabilità familiare in modo diretto e quasi spietato. Lion in a Coma esplora strutture ritmiche asimmetriche che non appartengono né al rock né all’elettronica, qualcosa di ibrido che suona come una cerimonia sciamanica prodotta in un laboratorio. Brother Sport, il finale, è il contrario di un congedo: è un’esplosione, una canzone che non finisce ma si proietta in avanti come se non potesse fermarsi.
Quello che tiene insieme tutto questo non è tanto la possibilità di definire il disco come un genere ma come un’atmosfera. O meglio: un nuovo tipo di pop elettronico, generato dalle macchine ma che non rinuncia al calore, che non attira troppa attenzione sulla propria natura digitale.
Con Merriwether Post Pavilion sembra già si debba andare nel decennio successivo. Il periodo richiedeva uno sforzo di immaginazione ma le possibilità c’erano. Di lì a pochi mesi uscì un altro disco fondamentale per quel periodo, l’esordio degli XX. E solo due e tre anni dopo arrivarono in sequenza James Blake di James Blake e Alt-J con An Awesome Wave a istituzionalizzare questa spinta in avanti del pop alternativo. La rarefazione e al tempo stesso la stratificazione, le incursioni colorate nella house e nella techno, le sovrapposizioni di elettronica post-internet, la contraddizione di queste immagini con testi che affrontavano vita ordinaria di adulti con famiglie e responsabilità: l’ambizione più cosmica conviveva con la più quotidiana delle preoccupazioni domestiche. Questa tensione non era un difetto: era il cuore del disco, quello che gli permetteva di essere ascoltato da persone con storie e disposizioni completamente diverse e di dire qualcosa di diverso a ciascuna di loro.
Ascoltandolo sedici anni dopo per questo articolo, mi rendo conto come il suono non sia datato, ma in qualche modo l’atmosfera e l’impalpabile sensazione di sperimentazione e infinite possibilità sì. Una parte di me si chiede se sia stato un pezzo unico nella storia, legato a quello zeitgeist che accompagna ogni opera monumentale. Poi, certo, bastano le canzoni e ancora adesso restano sopra la media di qualsiasi cosa fatta in quel periodo e che gli Animal Collective, in varie forme, scriveranno nei successivi dischi. Come dicevo in apertura, un rarissimo allineamento di pianeti. Bello esserne stati testimoni in presa diretta.
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