Recensioni

In una ipotetica classifica del “famolo strano” gli Anthroprophh dell’ex The Heads, Paul Allen, accompagnato dal basso di Gareth Turner e dalla batteria di Jesse Webb, meriterebbero di sicuro un posto d’onore. Questo Omegaville, album lungo grossomodo numero cinque e terzo per Rocket, è infatti un concentrato in doppio vinile di hard-psichedelia tanto aggressiva e garage quanto dilatata, fuzzosa e delirante.
Nulla di eccessivamente nuovo sul panorama, si potrebbe opinare, se non che questo album è stato pensato, perlomeno per la strutturazione interna, sulla falsariga addirittura di Tago Mago dei Can, l’album monolite della formazione krauta tedesca: ovvero, i pezzi più immediati nella prima parte e quelli più allucinati e liberi nella seconda, in un crescendo wagneriano di deprivazione della ragione e di abbandono all’ossessione psico-paranoide che potesse mettere in scena le anime del trio. E il bello è che il risultato si raggiunge in pieno, perché di loro gli Anthroprophh mettono un volume e una “sgraziatezza” (la doppietta iniziale 2029/Dead Inside è puro proto-punk stoogesiano; quella Oakmoll/Sod è invece kraut-space alla maniera di Chrome e Hawkwind) che trova pari solo in reietti affini come, per dire, Comets On Fire; ovvero, la capacità di utilizzare una mole indegna di rumore in cui affogare le strutture di partenza, lì (ehm) “blues”, qui garage-psych-rock, e in più ci mettono una potenza visionaria che nella seconda parte assume di volta in volta forme diverse. Ad esempio il tribalismo selvaggio sabba-oriented di Human Beast o il sermone psych alla Daniel Higgs inacidito di Omegaville/Thothb, sempre sul punto di deflagrare in forme oscenamente free, oppure l’ipnosi collettiva di Maschine o quella sorta di Sheets Of Easter oppiacea e in sedicesimo che è Journey Out Of Omegaville And Into The……, non sono che forme e modi diversi con cui il trio mantiene vivo sempre quel quid di ferinità incontrollabile che ce lo fa apprezzare in un panorama sempre più foriero di ottime proposte ma spesso sempre più omogenee (omogenee proprio nel senso di “blocco” sonoro della proposta).
Insomma, qui l’asse Stooges/Hawkwind/Chrome/Can segue una direttrice non lineare e ci spiazza piacevolmente, unendo muscolarità a dilatazione, terzo occhio e devasto r’n’r, trasportandoci in crescendo verso una “liminal zone where fuzz and wah transcend space and time”.
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