Film

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Se negli Stati Uniti sono alle prese con la scarsa performance nella serie tv Leverage dell’italiana (‘the italian’) Elisabetta Canalis, qui avremmo voluto essere, invece, colpiti dalla bravura e intensità dell’americano George Clooney in The American. Il fatto è che, a dir la verità, devo fare proprio molta fatica a pensare ad un aspetto di questo film che sia meno scarso della sua, pur penosa, recitazione. E l’unica cosa che mi viene in mente è, in effetti, il commento musicale, praticamente assente.

L’obiettivo del regista Anton Corbijn – fotografo tedesco e creative director della comunicazione visiva dei Depeche Mode e degli U2 nonché fotografo storico dei Joy Division – era quello di lavorare sull’essenzialità dei tratti e sull’eliminazione di qualunque tipo di orpello e di sbavatura. Si trattava di raccontare in modo asciutto la solitudine di un uomo, la sua impossibilità (incapacità) di stringere qualunque tipo di relazione, le costrizioni di un mondo spietato che non lascia via di scampo, l’ineluttabilità del destino. Qualcosa di tutto ciò s’intravede fra le righe sottili di un film riuscito male. Forse dietro a questo risultato così mediocre c’è un piccolo guizzo (una pretesa autoriale?), tanto che finisce per spuntare anche qualche considerazione un po’ più profonda: magari l’accenno ad un modo ‘americano’ di risolvere i conflitti oppure un abbozzo sulle frustrazioni della vita moderna che non consentono all’uomo nessun tipo di relazione interpersonale.

C’è, persino, una minuscola riflessioncina sulla predilezione degli americani per il presente e sul loro sfregio del passato (cosa che, peraltro, è ben lontana da essere vera dal momento che non esiste popolo così tanto ‘ossessionato’ e affascinato dalla storia come quello americano; al massimo si trova spesso, soprattutto al cinema, da parte loro, una tendenza a rimaneggiare o reinventare la storia – cosa che a noi, ossequiosi come siamo, sembra scandalosa…); non manca, poi, una citazione di Susan Sontag: come la macchina fotografica è una sublimazione della pistola, fotografare qualcuno è un omicidio sublimato, un omicidio in sordina, proprio di un’epoca triste, spaventata; Jack dice al prete, infatti, di essere un fotografo, facendogli, in un certo senso, una semiconfessione. Del resto la sua abilità con le mani, la capacità con cui armeggia con gli oggetti tecnologici è sintomatica di quel malessere di cui accenna Sontag e ricorda persino la stessa manualità e apatia di Michel Piccoli nel film di Marco Ferreri, Dillinger è morto. Lo so, me lo sento già, che qualcuno storce il naso inorridito: che errore scomodare non solo Ferreri ma anche la Sontag per parlare di questo film! Ebbene mi piace cercare il lato positivo e cerco di indovinare le cose: non è forse interessante andare a decostruire il film? Rifare all’indietro il processo di creazione? Cercare di capire cosa girava nella testa del regista mentre cercava di realizzare il suo film? Sono pressoché certa (o mi piace pensarlo; del resto cita anche Sergio Leone) che Corbijn abbia visto e amato il film di Ferreri: perché altrimenti insistere sull’accostamento cibo e pistole (il pic-nic, il pane, il vino, la cucina, le pentole insieme a pistoni, dadi, rondelle, albero motore e poi silenziatore, pallottole come caramelle…)? Lasciando stare, ovviamente, la differenza dei tempi e il discorso sessantottesco di Dillinger è morto

Allora cosa c’è che non va? Sarà il fatto che questo film manca di struttura: non ha corpo, è troppo esile e gli scivoloni che prende diventano, poi, insopportabili (la voce del prete, la morte della donna che ha commissionato il lavoro a Jack, gli svedesi che ritornano sotto le spoglie di un biondino slavato, l’immagine oleografica dell’Italia che tanto piace all’estero, fatta di caffé, pasticcerie, gente in divisa e preti, la faccia di Clooney in macchina sul punto di morire…). L’unica cosa davvero bella è Violante Placido, il suo corpo e la sua voce, viscerale. Io me ne sono innamorata quando l’ho vista nei panni di Moana, lucida e folgorante.

3 Ottobre 2010
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