Recensioni

Era solo questione di tempo prima che uscisse il primo film italiano interamente prodotto da Netflix. Dopo la serie Suburra, che ha ottenuto anche un rinnovo e la cui seconda stagione è attualmente in produzione, Rimetti a noi i nostri debiti di Antonio Morabito rappresenta un altro piccolo passo italiano verso quello che spesso viene definito come il futuro del cinema, anche se poi ci sono figure di spicco come Thierry Frémaux (direttore del Festival di Cannes) che si oppongono categoricamente a questa idea così noncurante della tradizionale fruizione in sala. Sta di fatto che la corsa della piattaforma di streaming più famosa e proficua al mondo non dà cenni di stanchezza e continua ad arricchire il catalogo di prodotti pronti all’uso, conquistando ogni giorno un maggior numero di adepti affascinati dal binge watching e dal consumo immediato. Per quanto possa sembrare catastrofista quest’ultima frase, c’è da dire che non tutto quello che si trova su Netflix è meritevole di una sua visione e, al contrario, non tutto quello che vi si trova è da scartare. Rimetti a noi i nostri debiti è la dimostrazione che, se studiati con accortezza e se tenuti lontani dalle fredde logiche aritmetiche dell’algoritmo, i film prodotti e distribuiti da Netflix sono in grado di costituire un’alternativa valida al panorama cinematografico standard.

Rigore formale e attori di un certo calibro: questi sono gli ingredienti usati da Morabito per il suo quinto lungometraggio. Elementi che, in aggiunta ad una storia comprensibile ai più (indipendentemente dal paese d’origine), risultano perfettamente coerenti con l’intento di affacciarsi su Netflix e fronteggiare le produzioni di mezzo mondo. Con i due protagonisti che si muovono “rimpiccioliti” dentro gli ampi spazi periferici di una Roma apparentemente deserta, il regista carrarese ci racconta una vecchia storia animata da classiche figure orrorifiche che, come fantasmi dalle lunghe tonache nere, si muovono per tormentare i vivi, per costringerli ad espiare le loro colpe.

Una lunghissima tradizione letteraria e teatrale sta alle spalle della figura mortifera di Franco (introdotto, per l’appunto, mentre corre per le strade di un cimitero), un’insensibile esattore che mette alla gogna coloro che non rispettano gli accordi presi, chi per semplice furbizia («I morti non hanno i soldi. Loro sì»), chi perché veramente impossibilitato ad estirpare il proprio debito con la società («Regolare il debito è una cosa che ridà dignità»); insensibilità che non è innata, ma è consequenziale all’estrema dedizione per il lavoro che ha scelto e che ha richiesto la costruzione di regole ferree da rispettare, soprattutto per non soccombere a quella naturale umanità che può manifestarsi davanti alla più estrema miseria. Però, Franco non è solo una maschera, ed è proprio il suo lato umano che interessa particolarmente a Morabito, riservando a Marco Giallini un ruolo dalle molteplici sfaccettature: qui, aiutato da una precisa sceneggiatura, l’attore ha trovato la perfetta chiave di lettura, veicolata da fondamentali concetti cristiani quali devozione, pentimento e misericordia.

Dall’altra parte c’è Guido, il debitore che si converte e si lascia inglobare dal «sistema», sebbene il suo unico amico lotti da molti anni contro i massimi sistemi (la presenza marginale di Stuhr sembra essere più legata al concetto di co-produzione, più che ad un’effettiva miglioria artistica). Distrutto dalla precarietà del suo vivere, lo sconfitto interpretato da Claudio Santamaria non ha nemmeno le forze per pensare ad un futuro stabile, nonostante in molti gli chiedano se abbia in progetto di sposarsi e di mettere su famiglia (quasi un leitmotiv). Anche se non priva di imperfezioni e ingranaggi non perfettamente oliati, Rimetti a noi i nostri debiti ci porta nell’unico posto in cui è possibile capire cosa siamo e che cosa possiamo essere: dentro noi stessi o davanti a Dio… ovviamente tutto dipende dal punto di vista di chi guarda.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette