• Lug
    01
    2004

Album

Secretly Canadian

Add to Flipboard Magazine.

Alla fine di uno show newyorchese dei Current 93 datato 1999, uno sconosciuto e corpulento ragazzo alto quasi due metri, di nome Antony, diede al leader di uno dei suoi gruppi preferiti, David Tibet dei Current, un demo intitolato Blue Angel, collezione di nove tracce composte assieme al suo gruppo (i Johnsons). Per Tibet fu un instant classic, un'autentica folgorazione. Inserì quell'album nella lista dei suoi evergreen e volle assolutamente pubblicarlo per la Durtro, l'etichetta da lui gestita. Il disco, questo disco (le cui prime session risalgono addirittura alla fine del '97), si presentò – non proprio al mondo ma piuttosto a chi ebbe la fortuna di ascoltarlo all'epoca – come un piccolo capolavoro, un gioiello rannicchiato nel cupio dissolvi di quella fine decade-fine secolo solo apparentemente luminosa, in realtà foriera più di timori che di speranze, convalescente dal trauma provocato dall’impatto con l’Aids e pericolosamente alla deriva verso sordidi pensieri unici e famelici estremismi sociali.

In questa scenografia tutt’altro che gaia, appare per contrasto ancor più splendida la voce del performer di origini inglesi: per l'estensione e per il vibrato, per l’ampollosità diafana e malsana, per la posa statuaria da soulman pietrificato su un palco d’opera, per il senso di urgenza continuamente stemperato in un’aura senza tempo. Molto lontano dall'estetica apocalittica della famiglia World Serpent e ancor di più dalle sue caligini industriali, Antony incarna il corpulento angelo-cantore di quelle lande: dentro, i dolori e le miserie, le lacerazioni di un mondo malato che si consuma in se stesso; fuori, la maschera, la diva d'altri tempi, la splendida decaduta, la divina emarginata.

Signore e signori, la Drag Queen: con tutto il carico di tragedia consapevole e farsa militante, con il corpo che si traveste di meraviglia, anzi, con quel suo viversi meraviglia in fieri, eterna crisalide a un passo dal compiersi. Un processo perennemente critico, energia che si libera senza soluzione di continuità, costeggiando profondo disincanto e mistica esaltazione, malanimo stagnante e irrefrenabile dolcezza (ciò che sostanzia la conclusiva, struggente Blue Angel, blues-soul a cavallo di un romanticismo di piano e archi).

La voce è un pennello portentoso pronto a dipingere l’incanto azzurrino e l'inferno dantesco (metafora di quell'apocalisse che fu l'Aids per la comunità gay di New York fino a i primi anni Novanta), cui l’ottimo ensemble costituisce adeguatissima “bottega”: ben dieci i musicisti, impegnati alla batteria (Todd Cohen), all’arpa (Baby Dee), al basso (Francois Gehin), al clarinetto (William Basinski), al flauto (Mariana Davenport), al violino (Cady Finlayson e Liz Maranville), al violoncello (Vicky Leavitt), al sassofono (Barb Morrison) e alla chitarra (Charles Neilson).

Dieci anche le tracce, come dieci farfalle crocifisse nel pieno della propria meraviglia, le dinamiche ora veementi ora farraginose (come nel malanimo in punta di piano di Rapture, dove flauto e arpa indagano il lato scuro del proprio splendore), il mood da melodramma glam che si estenua sul sofà della suite in miniatura (la teatralità tumultuosa e problematica di Hitler In My Heart, quasi un incrocio tra Total Eclipse Of The Heart di Bonnie Tyler e gli Alan Parson Project di Ammonia Avenue). E soprattutto l’interpretazione, sempre un po’ sopra le righe, un po’ meno che esasperata e un po’ più che accademica (come nei singulti e nei decolli abortiti di Deeper Than Love, tra riccioli stretti di violino, amarezze inghiottite e una liturgia gospel-soul conclusiva da un'altra dimensione), quasi in gioco ci fosse ben più che la musica e a un tempo non ci fosse più molto da giocare, in equilibrio sul filo di rasoio tra rassegnazione e speranza.

É bravo Antony a fare proprie le sfumature comprese fra tutti gli estremi fin qui citati, sfuggendo così senza fatica al rischio della caricatura. Questo spiega la disarmante bellezza di Divine – impagabile elegia alla madre di tutte le drag queen in un vasto miraggio di sacralità terrena (che è già in quel nome-titolo, in quel fare idolo il proprio stesso sognarsi) – e Atrocities, la madre d’ogni doglianza soul, non lontana dal Boy George di Victims (e sarebbe senz’altro piaciuta al Jeff Buckley di Lilac Wine). Preziosismi, impellenze e sfumature sono ben distribuiti in tutto il programma. Tuttavia, gran parte del patrimonio complessivo di bellezza si deve alle prime due fenomenali tracce: quella d’apertura, Twilight, è un valzer intorpidito con un piede nella fiaba romantica e l’altro in un pantano blues, la voce uno struggimento cristallino, un marmoreo languore quasi come il Nick Cave più confidenziale, mentre la successiva Cripple And The Starfish può contare su un indimenticabile riff di violino, su refoli d’angoscia dolciastra, su quell’avvitarsi della melodia che diventa un decollo in prossimità dell’ultimo chorus, quando si fa luce un’enfasi impetuosa, una disperata euforia, il sax e l’arpa a dettare sottigliezze, abbandono, corposità.

É il dramma psichico di un cuore sanguinante, specchi che non riflettono come dovrebbero, voci che non si riconoscono, parole che acquistano la leggiadria del volo e il panico della caduta, mentre oltrepassano l’abisso che separa il destino dalla volontà.

1 Gennaio 2005
Leggi tutto
Precedente
Pavement – Crooked Rain, Crooked Rain / L.A.’s Desert Origins
Successivo
Mental Overdrive – 083 Mental Overdrive – 083

album

artista

Altre notizie suggerite