Recensioni

Da sempre sinonimo di duttilità artistica, il berlinese Apparat, esce ancor più dai club per andarsene a teatro. I presupposti c’erano tutti: dopo la deriva dream/shoegaze – in convergenza parallela con Thom Yorke – dell’Apparat-band, il viaggio di Sascha Ring fuori dall’electro continua con una collaborazione a livello ancor più globale. Un album – non album – una soundtrack – non soundtrack – richiesta dal direttore teatrale Sebastian Hartmann per la sua ultima opera commissionata dal festival dell’arte Ruhrfestspiele: un’interpretazione di Guerra e Pace, celebre romanzo di Lev Tolstoj. Il progetto per Ring nasce inaspettatamente senza un copione o qualsiasi altro input, ma da un War and Peace-trip in Thailandia su consiglio dello stesso Hartmann; viaggio nel quale l’artista berlinese leggerà per intero l’opera Tolstoy-iana e inzierà ad abbozzare la sua composizione. Pur senza riferimenti espliciti non è da escludere un’ispirazione ricavata, oltre che dall’intimismo di letture personali, anche dalla commemorazione Tchaikovsky-iana alla grande madre Russia per la resistenza napoleonica di Overture 1812 o dai maestri degli ambienti minimali come Steve Reich, dove l’enucleazione “music for” ne pare un chiaro omaggio. Una volta tornato e rifugiatosi con un ensemble di 30 musicisti tra cui Philipp Timm e Christoph Hartmann dell’Apparat-band, Ring dà il via allo studio e alle registrazioni in una fabbrica abbandonata.
Dopo la (mezza) delusione di The Devil’s Walk questa volta Apparat centra il bersaglio con componimenti carichi di trasporto dai cananoni profondamente classici, cogliendo a pieno la “tensione” Tolstoy-iana. Siamo di fronte ad un tutt’uno pervaso da un senso di imminenza e di impotenza nei confronti del destino, abbandonati al melanconico adagio per archi di ‘44 – ‘44(noise version) fino al climax estatico della triade Tod – Black Page – PV. Una chitarra classica entra in gioco nella prima versione della theme song K&F Thema a scandire un andamento ticchettante che segna inesorabile lo scorrere del tempo. Archi, pianoforte e percussioni collimano nel finale su Austerlitz, in un lavoro che ha visto però qualche caduta di stile sui due pezzi cantati Light On e Violet Sky (presentato come singolo). Non facente parte dell’opera treatrale, l’idea di inserire un singolo catchy è quanto meno di pessimo gusto, ma considerata la caratura dell’album è una macchia tutto sommato perdonabile.
Ring, con il suo disco “un po’ strano, con meno beat e un sacco di drone”, si rivela artista a trecentosessanta gradi, capace di evolversi e di rimettersi in gioco con nuove attitudini, confermandosi un romantico in continua transizione. Magari aveva proprio bisogno di un’ ispirazione poetica…
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