• Mar
    07
    2013

Album

La Tempesta Dischi

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La buona notizia è che chi si aspettava da Appino un lavoro sulla falsariga di quelli dei suoi The Zen Circus rimarrà ampiamente deluso. La cattiva è che, dopo avere ascoltato Il testamento, forse storcerà il naso anche chi sognava, per questo esordio solista, inedite prospettive e una ragion d’essere forte. In assoluto, non si parla di un brutto disco. Eppure quell’effetto rollercoaster che a un certo punto ti prende, in un saliscendi tra brani riusciti e parentesi più interlocutorie, è una realtà con cui devi fare i conti e che non ti aspetti. Accentuata, lasciatecelo dire, da scelte musicali non sempre condivisibili.

C’era davvero bisogno di questo disco? Seguendo l’ormai nota morale appiniana secondo cui “l’arte è pensiero che esce dal corpo / né più né meno come lo sterco” evidentemente sì. Del resto, dare libero sfogo a una vena da songwriter capace di generare episodi riusciti come Andate tutti affanculo parrebbe cosa naturale e anche giustificata. Aggiungete il fatto che il CD viene presentato dallo stesso Appino come «la totale liberazione dei miei dolori più profondi, la vera e difficile storia della mia famiglia usata come veicolo per una terapia di gruppo, necessaria e a tratti violenta» e capirete il peso specifico che avrebbe potuto avere questo lavoro nell’ottica della produzione del musicista.

Da qui le frizioni che nascono in corso d’opera. Ti aspetti la solita ironia, quella che da sempre fa funzionare la poetica del pisano, ma non ne trovi traccia. Lo sottolinea anche il diretto interessato nelle note stampa, ritagliandosi involontariamente il ruolo di cantautore serio, istituzionale, viste anche le tematiche trattate; lo conferma la verbosità di un disco che dà libero sfogo alla parola perdendo di vista, in qualche caso, quell’incisività fino a ieri valore aggiunto. Ti aspetti scelte coraggiose dal punto di vista musicale (o per lo meno personali) e finisce invece che ti devi accontentare di un electro-rock fatto di suoni sintetici e chitarre taglienti, moderniste ed enfatiche. Qualcosa che potremmo facilmente posizionare all’altezza delle ultime uscite de Il teatro degli orrori, per intenderci (Giulio Favero è co-produttore e Franz Valente martella dietro le pelli), e che stride con l’immaginario sanguigno, diretto e autobiografico alla base del disco.

Tutto questo porta a un’opera ambivalente, costruita su una miscela esplosiva che in alcuni frangenti funziona e in altri appare piuttosto ingovernabile. A testimonianza, una Schizofrenia che sembra una b-side poco riuscita della band di Capovilla ed episodi come Il testamento (dedicata a Monicelli), Che il lupo cattivo vegli su di te, Solo gli stronzi muoiono, Questione d’orario e Specchio dell’anima che invece alludono a una sintesi interessante; aperture wave-punk come Fuoco! e certi Zen Circus di sostanza richiamati da Fiume padre e da una Tre ponti da frontiera. In mezzo parentesi come La festa della liberazione, omaggio folk dylaniano con un testo tagliato chirurgicamente (una delle cose migliori mai scritte da Appino), quasi a sancire la parentela sottintesa con un linguaggio più ortodosso e riconoscibile. Giacché il resto poi lo si archivia senza troppe remore, tra una Godi (adesso che puoi) che non colpisce più di tanto, una 1983 che parte chitarra e voce per poi perdersi (male) sotto un tappeto di elettronica, una Passaporto ripetitiva e vissuta in funzione dell’eruzione elettrica a finale, una I giorni della merla sospesa in un limbo.

Alla fine dei sessanta minuti resta un po’ di amaro in bocca, nonostante le buone intuizioni (e intenzioni) messe in mostra. Con un Appino che comunque dà tutto, riuscendo a limitare i danni con la solita vis punk e l’innato entusiasmo.

5 Marzo 2013
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