Recensioni

7.2

Il gruppo di Dave Heumann continua con successo quella che non appare una sfida alla tradizione, quanto un’intelligente opera di aggiornamento. Che di per sé non è affatto poco, anzi. I quattro di Baltimora non cercano suoni di tendenza e neppure un compiaciuto revival: nei solchi di questo quarto album (quinto se si conta lo split Aureola), le linee del cantautorato rock classico e della sua mutazione spettrale degli anni ’90 (quella dei Will Oldham, dei Mark Linkous, dei Jason Molina) si sovrappongono con naturalezza a traiettorie musicali più eccentriche quali lo stoner e lo slow core, dando come risultato una musicalità fluida, acida e tagliente quanto la sei corde del leader. Il folk d’autore va a braccetto con il fuzz rock più ipnotico, anche per merito di una chitarra nervosa e impressionista che nell’assolo di Renouncer mi ha ricordato addirittura i Thin White Rope. Se i brani possono suggerire molti accostamenti inconsueti – il Neil Young virato stoner di The Long Night, i Black Sabbath e gli Shearwater di The Promise, i Low e i Pink Floyd della title track –, tirando le somme – senza tralasciare il quid dark blues di All At Once, The Turning Weather o i languori country di Oceans Don’t Sing – la personalità degli Arbouretum e la loro maturità risultano indiscutibili.

 

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