• Mar
    01
    2005

Album

Rough Trade

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Ebbene, questo disco m’intriga. Però allo stesso tempo non posso fare a meno di chiedermi il motivo. Le due cose vanno di pari passo, saldamente avvinghiate, come un solo moto dell’anima. Perché?
Penso a tanta pop music attuale, a Franz Ferdinand, Interpol, Rapture, LCD Soundsystem. Gente così. Penso che debbano gran parte del loro fascino un po’ all’ostensione di virtuose abilità combinatorie (quel cocciuto, sfacciato miscelare & riarticolare forme e stili, spesso anche distanti, talora incompatibili) e un po’ al retrogusto d’artificioso che di tale modus operandi è inevitabile effetto collaterale. Per dirla chiara, è come se l’incredulità, non potendo più venir sospesa, entrasse a far parte del gioco. E di buon grado, dalla porta principale. Ok, il rock è da sempre frullatore di stili, umori, istanze. Solo che oggi, nell’era dell’informazione pervadente, totale, che annulla l’innocenza espressiva – per cui tu non puoi non sapere dove, quando e da chi i tuoi modi sono già stati – la ricerca di una “voce” inaudita avviene in uno stato di consapevole disperazione. Consapevole quindi febbrile, che provoca un brusio ben percepibile sulla pelle del suono, che del suono in qualche modo diventa ingrediente.

Per la gioia di chi dall’ascolto si aspetta qualche particella in più di verità, un “rumore” che racconti la finzione in corso. La quale, accettata da entrambe le parti, definisce una complicità di tipo nuovo tra musicista e ascoltatore. Un “tu menti” come l’antico declama di Ferretti, solo che oggi è una constatazione pacifica, pacificata. Accade quindi una sorta di iper-selezione: rimane a galla chi si dimostra più bravo ad azzeccare la formula che stemperi passato, presente e squarci di futuro, e tra questi chi al contempo ben sappia rappresentare il suono stesso dell’emulazione. Franz Ferdinand, Interpol, Rapture, LCD Soundsystem. Gente così.

Mi sembra però il caso di tornare agli Arcade Fire: cinque i membri stabili più un manipolo di amici e collaboratori con al centro Win Butler – compositore, chitarrista e cantante, timbro tra il Wayne Coyne più onirico e lo Ian McCulloch più sdrucito – e Régine Chassagne, sua compagna di vita, co-autrice dei pezzi, polistrumentista (fisarmonica, pianoforte, chitarra, mandolin, flauto…) dotata di una voce tra il soave e l’irrequieto che un po’ ricorda la Bjork giovane e un po’ l’ultima e più languida Kazu Makino.
Poche band (tantomeno al debutto) danno l’impressione di saper padroneggiare così bene i materiali stilistici. Con audacia, con trasporto, con entusiasmo travestito da mistero. Senza troppa voglia di nascondere le fonti d’ispirazione che anzi traspaiono con disinvoltura, quasi con noncuranza.
Per una musica fatta di incastri e sovrapposizioni, svolte e sussulti, squarci e trapassi. Plasmabile e modulare, una musica-Lego cui nessun logo è adeguato: si prendano gli esotismi di Haiti (tra archi in loop, emulsioni sintetiche, corde e campanellini) e il soul-rock in tre quarti di Crown of love (con fuga dance conclusiva Abba-style), i riff chitarristici pesanti ma agili di Wake up (in un brodo di archi, synth e fisarmonica, come dei Neutral Milk Hotel presi in ostaggio da fregole Polyphonic Spree) e la wave cruda di Rebellion (che tra basso impellente e caligini radioattive sembra una tardiva cospirazione New OrderSound).

Peregrinazioni filmiche tra lande romanticamente fosche, frenetiche, schizoidi. Come capita nei quattro episodi intitolati Neighborhood, opportunamente numerati e muniti di sottotitolo così da non perdersi tra spurghi wave guizzanti e vapori al neon, affettazioni d’organo e pianoforte, casse in quattro che si fanno largo nella bruma delle elettroniche e degli archi, nevrosi Talking Heads e nevrastenie Frank Black, spiritelli Flaming Lips e solennità Roger Waters, mestizie Black Heart Procession e invasamenti PIL. Uno zibaldone, anzi un intruglio, anzi un ricettacolo di motori vecchi ma rombanti, angolose traiettorie intellettuali, proiettori di film che non smettono più di girare. La modernità e l’abbandono. La morte e il futuro. In bocca il sapore di sogni sfumati. Non so se ho reso l’idea. Forse no. Poco importa.

In un paio di circostanze è come se venisse dichiarata una tregua, e sono i momenti migliori del disco: tocca all’ugola di Régine tratteggiare gli struggenti ideogrammi di In the backseat, ballata di dolore stilizzato ed enfasi sospesa, ottima per chiudere la scaletta; la palma di miglior pezzo se l’aggiudica però Une année sans lumière, per quel senso di quiete trepida, di artificio e crepacuore, di plastica e sabbia e periferie anni ottanta, un procedere dritto e afflitto basso-chitarra-synth che si sgretola sbatacchiando sulla wave serrata del finale.

Insomma, se Funeral non è un capolavoro è solo perché le coordinate in cui si muove – quelle che ho cercato di abbozzare nel pistolotto iniziale – non ne prevedono l’eventualità. Nondimeno (forse) è quanto di meglio la (pop) musica possa fare in questi tempi di reality e fiction, di pubblicitari e persuasori (più o meno occulti), di vita che si avvita tra imitazione e mitizzazione di (ciò che è stato) vita. Perché se c’erano margini di manovra negli interstizi tra espressione, manipolazione e genuinità, è lì che queste canzoni devono esser germogliate. Alla luce di tutto ciò – ammesso che un po’ di luce ne esca – spero capirete cosa voglio dire quando affermo, anzi quando con convinzione affermo, che Funeral è uno dei dischi più importanti degli ultimi mesi.

1 Marzo 2005
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