Recensioni

7.2

Eccoli al varco, dunque, gli Arcade Fire. Win e Regina più il consueto manipolo di contorno (tra cui un’orchestra ungherese e un coro militare) a far le cose in grande perché di meno non è il caso. Chiaramente, occorre avere dentro sia la fiamma che l’arrosto per continuare a fumigare in tal misura. E loro? Sì, loro sì. Neon Bible dimostra che ci siamo, la band è solida e fertile, le idee ambiziose cum grano salis. Il cuore è nero, certo, ma lo sapevamo già. Del resto, a guardarlo dritto negli occhi questo mondo di questi tempi, di che colore vuoi averlo, il cuore?

Nero. Uno specchio nero. Dove il riflesso d’un Bowie può incocciare l’enfasi brumosa di Patrick Wolf tra cori cinematici Abba e altre specie di rimbombi minacciosi, come nella Black Mirror che inaugura la scorribanda. Win e Régine hanno meditato e lavorato. Quella coltre iridescente di riferimenti, quel loro giocare colto e arguto con segni immediatamente riconoscibili, viene meno di fronte all’impeto fastoso delle orchestrazioni, all’angoscia ventrale del mood, alle stesse voci votate a timbri più densi e legnosi. È grazie a questo surplus di personalità che diventano possibili canzoni come Intervention, dove il canto s’inerpica con teatralità commossa e il crescendo orchestrale sottolinea la tragica escalation del testo, oppure Ocean Of Noise, rumba languida e incupita che va a perdere i sensi tra cascami d’archi e ottoni.

Ok, gli Arcade Fire continuano pur sempre a somigliare a qualcos’altro, ma l’impeto dissonante simil-Waterboys di Keep The Car Running è scompaginato da strani sfondi eniani, così come la fervida amarezza Springsteen di Antichrist Television Blues è avvolta da una gelatina d’archi e chitarre, prima di finire spaurita dai cori pazzoidi di Régine. Come dire, questa roba è al tempo stesso altro da noi e dentro di noi, ragion per cui ce ne serviamo. Ce ne serviamo, ad esempio, per mettere in piedi un paradigma di presente tragico e futuro ucciso. Di sordide premesse (l’errebì narcotizzato della title track), di temibili sviluppi (la sordida nevrastenia di My Body Is A Cage, in pratica il dark side di Jesus Christ Supertsar), di prospettive negate. Che nel pezzo-chiave No Cars Go – opportunamente recuperata dall’ep di esordio – assume l’aspetto di una frenetica disperazione, con tutta l’aria di voler passare per una Road To Nowhere degli anni Zero.

Eccessivo fino a sfiorare i più velleitari barocchismi, eppure coeso e vibrante, è un disco oltremodo coraggioso e “motivato”. La discografia degli Arcade Fire inizia a farsi interessante.

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