Recensioni

Sobborghi. Periferia. Nel mondo post-tutto non esiste più alcun centro, alla faccia di tutto l’hype che possa venire da un sottoscala di Brooklyn o da una cameretta di Londra. Ecco il messaggio che colpisce l’ascoltatore fin dall’iniziale titletrack di The Suburbs e al quale gli Arcade Fire sembrano voler dare un’importanza primaria. Loro che sono periferici (il Quebec francofono) in un paese periferico (il Canada). Oggi, nell’imbarazzo dei media e della critica, che per quanto si sforzino di incasellare e categorizzare, in realtà faticano a inquadrare il flusso magmatico e ribollente di ciò che accade nel mondo fisico e in quello digitale, il grido folk-rock che apre il loro terzo disco ci ricorda che viviamo tutti nella nostra personale provincia: geografica, culturale, ideologica, sociale.
Dopo la scossa tellurica – non replicabile – di Funeral e a tre anni dal solido Neon Bible, gli Arcade Fire avrebbero potuto lasciare da parte ogni forma di umiltà, sponsorizzati come sono fin dagli esordi da tipi come David Byrne e David Bowie, e sostenuti da un seguito oramai più che consolidato e in spasmodica attesa. Invece, preferiscono lo scarto laterale andando a prendere ispirazione nella tradizione. A dire che per loro che vengono da un’estrema propaggine wave la maturità si può trovare guardando indietro. Lasciamo al tempo decidere se questa scelta sia dettata da una sincera spinta artistica o se non sia, invece, il caso di un appannamento, di una vena compositiva che mostri i primi segni di inaridimento. Alcuni indizi fanno pensare il contrario, ma siamo comunque al cospetto di un passaggio interlocutorio.
Come già si è detto su questo magazine, l’opener The Suburbs va proprio a ripescare i Sixties mai passati di moda, tra Beatles, Phil Spector e, soprattutto, Van Dyke Parks. Month Of May mantiene la propria lucentezza, pescando nel sound chitarristico della seconda metà degli anni Novanta. Certo non mancano episodi che faranno contenti i fan più incalliti: l’incedere circolare di Rococo, barocca come certe parti di Neon Bible, la melodia ondulatoria di City With No Children tra cori in stile Funeral. Ready To Go è una No Cars Go che oramai gli Arcade Fire scrivono con il pilota automatico. Accenni dancy emergono nella riuscita Sprawl II (Moutains Beyond Mountains), cantata da Régine in trip Björk e sottolineata da basi in gita europop. Altrettanto interessante il synth-pop tra New Order e Abba di Half Light II (No Celebration). Suburban Wars, invece, è Win Butler più che mai Ian McCulloch: Killing Moon filtrata dal rock di Neil Young.
Nel cercare una via d’uscita da un potenziale cul de sac in cui fan e industria discografica avrebbe voluto cacciarli, gli Arcade Fire scelgono la strada più antica e fidata: ripercorrere il canone. Qualcuno dirà che 16 brani sono troppi e che si poteva asciugare qualcosa, ma da Blonde On Blonde in poi i musicisti hanno spesso usato il formato “doppio” allo scopo di segnare punti fermi. Se non assoluti, almeno personali. In The Suburbs, prodotto dalla band e Markus Dravs (Brian Eno, Coldplay), lo statement principale sembra essere la ricerca delle radici profonde del loro suono, dal Roy Orbison che aleggia qua e là allo springsteenismo permeante; senza negarsi venature psych e shoegaze. Come a dire: ecco da dove vengono il nostro linguaggio e la nostra poetica, ecco le eredità che vogliamo abbracciare. Reinterpretandole dalla prospettiva che la nostra personale provincia ci suggerisce.
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