Recensioni

Non se ne sentiva la mancanza, degli ABO. Quattro anni fa ci lasciarono con Derdang Derdang, deludente nella sua inefficace ricerca di un suono “groovy ma duro” e ora ci riprovano con l’ausilio dall’ormai ex DFA Tim Goldsworthy. L’obbiettivo è a portata di mano tanto che Coconut riesce a riconciliarci col trio.
L’humus è sempre quello heavy-psych-rock di stampo british, pesantemente distorto ma sempre orecchiabile e melodico; al terzo giro di ruota, però, il terzetto inietta una grossa dose di energia circolare dancefloor-oriented ed una attitudine ancor più furiosamente free. Ne esce un disco eterogeneo, divagante in rimandi e influenze, scostante e umorale, sicuramente non messo del tutto a fuoco, eppure convincente in tracce tipo Hoola: calura da spiagge sintetiche, beat italo-disco a cassa dritta, chitarra rapturiana e voce alla Robert Smith sviante come poche. Oppure nell’hard boogie’n’roll indemoniato, tutto riverberi in overdrive e sconquassi ritmici di You Have A Right To A Mountain Life. O ancora in Chunk (scheletrico procedere talkingheadsiano), Wild Strawberrys (stomp psychotico e selvaggio), Bite It & Believe It (ipotesi di J&MC narcolettici nati nel Texashire), Harness (Bliss) (modulazioni di synth per una ossessiva cavalcata space-rock alla Loop).
Tanta, insomma, la carne al fuoco e scarsa la coesione interna, ma al netto di queste ovviabili pecche abbiamo un disco potente, rumoroso e senza freni. Non eclatante ma soddisfacente.
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