Recensioni

Taggati spesso come collettivo trip hop per mancanza di una definizione più calzante, gli Archive hanno sempre dato sfoggio della loro capacità di mescolare linguaggi apparentemente inconciliabili. Lo si deve alle diverse anime che convivono nella squadra, che negli anni hanno costruito la loro peculiare amalgama di electro soul, rock e progressive, e dato vita ad output pop dalla straordinaria coerenza formale.
Al di là dell’indubbio valore artistico dei loro album, il risultato li ha tenuti lontani da qualsiasi affiliazione ma anche dal successo, nonostante il potenziale commerciale della loro musica. Paradossalmente oggi, nell’epoca del melting pot totale, ovvero quando potrebbero finalmente far valere l’autorevolezza nel costruire un ponte fra club culture, art rock e mainstream, se ne escono con il loro lavoro più monocorde. Quello che tende ad isolare le singole ispirazioni facendo venir meno l’ecletticità.
In questo senso Restriction suona come un album riuscito solo a metà. Alla parte buona appartengono sicuramente le tracce che aprono il disco. Feel It, in particolare, attua una scomposizione della canzone pop (il riff rock, il groove funky, il cantato soul) tenuta insieme dal reticolo ritmico minimale. Così come la title track sorprende per l’ipnotica ripetitività delle strutture, infranta e ricomposta con minimi scarti che tengono avvinto l’ascoltatore. È a questa forma di pop song, che procede più per assuefazione che per epifania, che il gruppo ci ha abituato. Quella di Kid Corner, ad esempio, in cui il connubio fra heavy beats di potenza EBM e il crooning R’n’B della nuova entrata Holly Martin, dapprima stordisce ed infine rapisce.
È quando tutto sembra così coinvolgente che arrivano lunghe ballate soul come End Of Our Days, Third Quarter Storm, Half Built Houses, decisamente affascinanti (soprattutto la seconda, in cui chitarre, mellotron e disturbi noisy compongono un sinistro background sonoro) ma che finiscono per spezzare il fiato ad un disco che, fino a quel momento, sembrava lanciato in volata. Sono anche le melodie più chart friendly sentite in casa Archive.
Quando si riprende con il ritmo, prima con Riding in Squares (questo sì trip hop su ritmiche pesanti, che però si dilunga per più di sei minuti senza approdare da nessuna parte), poi con Ruination (electro rock anthemico e un po’ tamarro), è come se parte della magia dell’album fosse ormai perduta. C’è ancora tempo per il synth pop apocrifo di Greater Goodbye e per le entusiasmanti progressioni ritmico-melodiche di Ladders. Ma resta la sensazione che Restriction avrebbe potuto essere decisamente più significativo se il gruppo non si fosse fatto prendere dall’ansia di un’agognata consacrazione mainstream.
Amazon
