• gen
    01
    1973

Campi magnetici

Cramps

Add to Flipboard Magazine.

Gli Area sono stati una metafora perfetta degli anni Settanta italiani. “International POPular Group” capace di fondere attualità ed esotismo, avanguardia e attitudine pop, oltre che di rappresentare un’epoca politicamente schierata, instabile e al tempo stesso testimone di fratellanze culturali oggigiorno impensabili. Tanto che la parabola del gruppo si presta a diverse letture, ognuna sensata e ognuna chiave interpretativa plausibile per una formula che proprio dalla complessità e dalle sue contraddizioni trae ragion d’essere.

Eccoli allora gli Area, parte integrante del movimento progressivo nostrano e naturale rifugio per alcuni dei suoi migliori talenti: Demetrio Stratos con il beat dei Ribelli alle spalle, la chitarra di Gianpaolo Tofani presa in prestito dai Califfi, un Patrizio Fariselli estimatore di Miles Davis e John Coltrane alle tastiere, Giulio Capiozzo batterista da conservatorio e da balera, Patrick Djivas e Victor Busnello (rispettivamente basso e fiati) anch’essi provenienti dal jazz. Un gruppo di artisti talmente avanti da farsi idealmente eleggere, per approccio tecnico e capacità di infiltrarsi nei mercati esteri, come il contraltare ideale di una PFM che nel ’73 ha già all’attivo successi come Impressioni di settembre.

Ci sono poi gli Area officina di integrazione razziale e culturale grazie a un suono che è progressive rock, jazz, elementi etnici, contemporaneo, e a una line-up che inizialmente conta, oltre agli italiani, un greco (Stratos), un francese (Djivas) e un belga (Busnello). O ancora gli Area come nucleo artistico legato agli ambienti avanguardisti e guidato da un deus ex machina come Gianni Sassi, quest’ultimo agitatore culturale sotto lo pseudonimo di Frankenstein, patron della Cramps Records e personalità in grado di ridefinire l’immagine del gruppo come nessun altra. Con gli stessi musicisti tesi verso ambiti creativi sempre più lontani dalla canzone convenzionalmente intesa, grazie a una serie di prese di posizione radicali come saranno quelle didattico-sperimentali dello Stratos solista e cageiano di Metrodora e Cantare la voce. Infine gli Area costola di una sinistra extraparlamentare ideologicamente blindata, in cui pugni chiusi e kefiah vanno di pari passo con le P38 (di cartone), l’iconografia cristiana e le falci e martello ritratte sulla retro-copertina di dischi come il qui presente: la musica che diventa lotta politica, appartenenza ideologica, impegno, in concerti come quello in un Teatro Vigorelli che manifesta contro la guerra in Vietnam (in compagnia di Joan Baez).

Arbeit Macht Frei è solo il primo passo, ma già sancisce l’impeto rivoluzionario che animerà tutto il lavoro del gruppo: una copertina concettuale e inquietante sotto un titolo scandalosamente attuale che cita l’esperienza dei campi di concentramento nazisti, rimandando in realtà a un totalitarismo capitalistico ugualmente violento nello sfruttare la forza lavoro. E in apertura un brano che sembra richiamare la cellula terroristica palestinese Settembre nero, schierandosi in realtà dalla parte di un popolo arabo estromesso dalla propria terra agli albori della faida israelo-palestinese e combattuto tra violenza e voglia di pace (il Poem For Peace di Rafia Rashed che introduce il disco). Testi inequivocabili, sostenuti dalla voce svettante di Stratos e da una musica che fa della fusion un diktat: gli aromi mediorientali/jazz della già citata Luglio, Agosto, Settembre (Nero), il prog/funk elettrico di Consapevolezza, Arbeit Macht Frei e Le Labbra del Tempo, il free-jazz di 240 chilometri da Smirne, la cacofonia contemporanea de L’abbattimento dello Zeppelin. Sembra di ascoltare i Soft Machine e la tradizione di Canterbury, solo ancora più instabile, pericolosa, teatrale. Esaltazione della lotta politica e di un cantato pressoché unico.

A quasi quarant’anni di distanza si coglie qualche segno di appannamento giusto in alcune liriche (di Gianni Sassi) ma poco importa: è il messaggio che conta e quello dell’esordio degli Area viaggia sulle parole ma soprattutto su un fluire musicale tuttora modernissimo. Oltre lo sguardo blasé di una canzone d’autore talvolta troppo borghese e pienamente calato nelle contraddizioni del suo tempo.

9 gennaio 2012
Leggi tutto
Precedente
Silver Rocket – Old Fashioned Silver Rocket – Old Fashioned
Successivo
Damo Suzuki’s Network – Sette Modi Per Salvare Roma Damo Suzuki’s Network – Sette Modi Per Salvare Roma

album

Area

Arbeit Macht Frei

artista

Altre notizie suggerite