• ago
    01
    2012

Album

4AD

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A un certo punto, alla fine, succede qualcosa. Ascolti il tredicesimo brano, l'ultimo, e la sensazione di déjà vu che è costante fin da quando hai premuto play si fa più densa, diventa quasi palpabile, la puoi toccare anzi. Baby (esiste un titolo più classico, più intimo e più spersonalizzato, più di tutti e più di nessuno, di questo?) è uguale alla seconda traccia, senza titolo, di Black is Beautiful degli ex Hype Williams Dean Blunt & Inga Copeland. E' il déjà vu di un déjà vu. E' una cover. E sicuramente anche un luogo dell'anima. Il pezzo originale è un culto hauntologico ("a staple on just about every playlist/mixtape I’ve assembled in the past 3 years. It is nothing short of sublime", confessa Ariel) partorito nel 1979 dall'oscuro duo Donnie & Joe Emerson, i "rock'n'roll farmers". Come a dire: polvere di stelle o stelle di polvere, ma comunque la B-pop(ular) culture ammericana, quella diffusa nella suburbia, quella delle feste liceali, delle band nei garage, quella delle camerette sempre più piccoli microcosmi autonomi (fino al più estremo del "do it yourself" del nerdismo indie, al tempo di Ableton e di Myspace). Una piccola chiusura del cerchio, sia che si tratti di una cosa voluta o – e allora, in tal caso, con ancora più forza – di una coincidenza.

The Wire fa disco dell'anno 2011 Far Side Virtual di James Ferraro e mette il faccione e i lunghi capelli di Ariel Pink in copertina sul numero di agosto 2012. Se quello di Ferraro era un album di grande ambizione progettuale – e concettuale – ma un po' avaro all'ascolto (e quello degli Hype una bella polaroid poetica e metropolitana, una costruzione tanto più riuscita quanto più fragile), Ariel ci mette il suo zampino storto e colorato, con la concretezza sonora del rocker hippy che è sempre stato. Laddove gli acquerelli elettronici di Ferraro cercavano con suoni ultralucidi e perfettamente confezionati di riportare alle orecchie dell'oggi la spinta ultramodernista degli anni Ottanta (plastica, minimalismo, electro, computer), Pink resta fedele all'idea di una hauntology lo-fi, una hauntology fenomenologica per così dire, uno ieri cioè visto e sentito – filtrato e offuscato – dalle orecchie ingombre della contemporaneità. Orecchie beffarde, per quanto decisamente pop.

Con Mature Themes il nostro porta a un livello superiore l'operazione – art brut se si vuole, aggiornamento delle stupid songs o delle parodie doo-wop zappiane – già ottimanente rappresentata in Before Today, ed è il compimento di un percorso di lenta ed estenuatamente ricercata emersione. Laddove lì era sporco – ma, occhio, neppure troppo – easy listening, ora vagamente disco, ora glam, ora hard, ora new wavey, a seconda della take, qui abbiamo un crogiolo fieramente Residentsiano – e, a questo punto, jamespantsiano – di pop naïf-psichedelico, di sigle TV, di muzak anni Settanta, attraversato da un piglio appunto zappiano che si tira appresso tutta una serie di suggestioni, di sfumature e di spezie, di ricordi freak-psych e folk-rock dagli anni Sessanta. Come Toro Y Moi (Underneath the Pine), anche Ariel scava sempre più a fondo nella sua retrologia/retromania. La scaletta scivola via che è un piacere, come l'easy listening deve fare, frizzante e omogenea, guidata da motivetti incisi con fantastici synthini e chitarrine (c'è anche il jingle-jangle) a doppiare, sporcata – oleograficamente – tanto di humour inglese (non lontano da certi Monty Python) che di rootsitudine USA.

Proprio quando la sensazione del pastiche, dell'apocrifo, del calco con scarto (ma, occhio, neppure troppo), si va facendo più forte, sbuca fuori Baby. E dentro Baby ci sta anche un altro tizio che ha fatto di un passato amato assai più del presente il proprio futuro: Damon Riddick aka Dam-Funk (probabilmente impegnato al piano elettrico). Farewell American Primitive, quando la familiarità di un passato interpolato dalla memoria – e dal desiderio – si fa felice spaesamento.

L'album, in streaming integrale sul sito del Guardian e su NPR, esce distribuito worldwide dalla 4AD il 21 agosto.

16 agosto 2012
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