Recensioni

7.5

Ha buon gioco Ariel Marcus Rosemberg a descrivere pom pom come il suo White Album. Dopo anni di sperimentazioni DIY, e tempi più recenti passati a cercare di capitalizzare quanto faticosamente costruito, è arrivato il momento di tirare fuori quel lavoro ambizioso a cui puntava sin dal passaggio alla 4AD. Questa volta ci sono stati il tempo e la tranquillità necessari per affastellare idee e collaboratori, per curare arrangiamenti e stipare curiosità in ogni interstizio di questi rocamboleschi 67 minuti. Ci ha tenuto, insomma, a perfezionare quella performance totale che consiste nel far convivere nel solito brano temi differenti, usando come malta i folli exploit teatrali, i cabaret retrofuturisti e gli elementi recuperati da ogni angolo della cultura pop. Alla fine ne è uscito un opus magnum di 17 pezzi, ognuno dei quali fornirebbe ad un qualsiasi artista materiale per altrettanti album.

Attenzione, quando sentirete parlare di superproduzione: il sound di Ariel Pink pare sempre uscire dalla radio del vicino di casa, ma il guizzare anarchico da una stazione all’altra è stato sostituito da un modo più maturo (verrebbe da dire “progressivo”) di organizzare le canzoni in movimenti. Ad uscirne più vividi che mai, sono i riferimenti ai capisaldi del weird pop, a partire da Exile On Frog Street, la cui grottesca teatralità lascia intravedere lo zampino del guru Kim Fowley, fino al groove zappiano che apre Sexual Athletics (prima che il brano prenda derive doo wop psichedeliche).

Se in quasi vent’anni di attività, Rosemberg ha maturato uno stile personale in cui synth pop e rock dei 70s (seppur geneticamente modificati) hanno la loro rilevanza, pom pom amplia ulteriormente lo spettro stilistico con frammenti come Dazed Inn Daydream (in cui i Mamas & Papas si trasformano in una comune soul post punk) e Dinosaur Carebears (pura novelty song, con un intermezzo da marchin’ band cibernetica, in cui lo spirito surreale dell’artista si spinge a nuove vette di demenza).

Non v’è dubbio che siamo di fronte ad un manifesto, un vero e proprio testamento artistico. Il punto, semmai, è se tutto questo si traduce in un vero capolavoro. Di certo, per la prima volta l’artista non si limita a fornire hyperlink a generi e stili. Dalla complessa stratificazione emergono tracce di una poetica coerente. Emerge, soprattutto, un Pink desolato ed arrabbiato, romantico e polemico. Il problema, in prospettiva, è che oltre non si può andare. Difficile pensare di proseguire su questo tipo di scrittura (magari annacquandola o ripulendola) senza ricadere nella parodia. Per il prossimo album il californiano dovrà inventarsi qualcosa di nuovo.

Intanto, però, pom pom è qui e ora e non poteva esservi migliore enciclopedia per comprendere il pop d’inizio millennio.

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