• Mag
    20
    2014

Album

Ponderosa, Northern Spy Records

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Questa retrospettiva ha un titolo ironico. Potrebbe apparire anche pretenzioso, ma non è così. E soprattutto, guai a scambiare quel secondo CD per un bonus.

Arto Lindsay è uno dei più curiosi artefici del rock da più o meno trent’anni a questa parte, un talento eccentrico nel vero senso della parola, anima migrante in seno alla no wave newyorchese di cui è stato tra i massimi esponenti con i DNA, protagonista nelle file di Lounge Lizards, Golden Palominos, Ambitious Lovers, collaboratore di John Zorn e Laurie Anderson, solo per citare una parte del suo ricco curriculum. Eccentrico perché le sue influenze “esotiche” sono state la chiave di volta per capire molte delle sue inflessioni musicali, ereditate da una storia personale che l’ha visto figlio di missionari americani nel Brasile degli anni ’60, l’età d’oro del tropicalismo. Queste influenze le ha portate con sé nei DNA quando spiegava a Ikue Mori la musica che aveva in mente usando il linguaggio gestuale e un disco di percussioni brasiliane, e le ha fatte poi uscire allo scoperto quando si è trattato di intraprendere una carriera solista dopo l’avventura d’avanguardia con l’omonimo trio.

Il primo CD della raccolta parte da qui. Una selezione dagli album solisti pubblicati da Lindsay dal 1996 al 2004: la trilogia brasiliana formata da O Corpo Sutil, Mundo Civilizado e Noon Chill, e i successivi Prize, Invoke e Salt dove Arto ha lavorato sui codici della musica sudamericana in un tappeto sonoro eclettico che ambiva a una sorta di fusion cantautorale. La sensazione generale che restituisce l’ascolto della compilation è di una certa unità e anche di un’idea forte di pop moderno e contaminato, declinato secondo una formula di world music d’autore che contempla ritmi latini, soft jazz, soul, elettronica, melodie brasiliane e persino qualche distorsione wave (in The Prize).

Ma, appunto, non di sola compilation si tratta. E il volume 2, la registrazione di un concerto live in solitaria a Brooklyn del 2012, è la vera sorpresa. Una retrospettiva veramente completa non poteva perdersi per strada uno dei più influenti chitarristi dell’underground post-punk americano e trova il modo più originale per ricordarlo: una performance di sola voce e chitarra. E quale chitarra. Abrasiva, picchiata come uno strumento a percussione per trarne singhiozzi atonali e glissati che somigliano a coltellate. Sembra di ascoltare un incrocio tra i DNA senza gli altri complementi strumentali e un bluesman primitivo; basta mettere a confronto le The Prize, Invoke, Illuminated, completamente decostruite con le originali, per rendersi conto che è sempre lui, e le cover di autori brasiliani per capire che alla base di quell’approccio no wave c’erano l’origine mista nord-sudamericana, l’influenza della bossanova e l’idea che la musica pop dovesse essere anche d’avanguardia. Tutto torna. È questa la parte forte dell’operazione, indispensabile supporto per trasformare una pratica altrimenti di routine (antologia + live) in ciò che il titolo vorrebbe significare senza dover scomodare l’opera omnia…

6 Giugno 2014
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