• Mar
    18
    2013

Album
HD

Raster Noton DE

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Se date un occhio a discogs, la quantità di alias con i quali Uwe Schmidt ha prodotto musica occupa svariate righe, eppure, altrettanto evidente la costanza della radice Atom tra le tante svariate ragioni sociali utilizzate lungo un percorso più che ventennale.

Parliamo di Uwe Schmidt, producer, ma anche designer sotto Linger Decoree, un autentico dandy man machine originario di Francoforte (e ogni rimando ai Kraftwerk è puramente voluto) e da anni residente (e felicemente qui sposato) a Santiago del Cile. Personaggio fors’anche più tedesco di una Gudrun Gut o del teutonicissimo Blixa Bargeld, artista coerente e incompromissorio nei confronti di ciò che lui stesso definisce corporate pop, e dunque bizzarramente terzomondista, e soprattutto personaggio che ha dato un contributo fondamentale alle contaminazioni extra elettroniche a un sound eminentemente tale. HD ne è l’avvincente statement (techno) pop (ma anche rock) ricavato, naturalmente, da solidi suddetti principi, in primis in un’avvincente continuum tra il lato più pettoruto della Raster Noton e l’Electric Cafe (1986) dei Kraftwerk, album quest’ultimo in cui la formazione tedesca portava a compimento un percorso sul (allora) presente osservando fenomeni sintetici mainstream e nascenti fermenti hip hop.

HD a ventisette anni da quel lavoro, dopo i tagli sperimentali di Liedgut e Winterreise, primi due album pubblicati su Raster Noton (e ancor prima una sbornia di coversong) tenta un manifesto di sintesi, per forza di cose fruibile, compatto e ricco di tutto ciò che il pop al technicolor ha saputo dare alla musica tutta. Ci si può speculare sopra l’inflenza wonky come possiamo indagare dell’influenza dell’esplosione della rap music negli ultimi Kraftwerk, eppure, la tracklist va oltre ogni facile operazione a tavolino. Uwe, precisamente, lo vede come un lavoro assieme spirituale, musicale e scientifico che, come ogni percorso che parte da solidi fondamenti, ha richiesto parecchi anni, visto varie stesure e coinvolto una serie di persone. Le prime incisioni sono partite nel 2005 quando il disco portava ancora il titolo di Hard Disc Rock e, di sicuro, la componente rock è rimasta in bellavista nella cover degli Who My Generation con Marc Behrens in additional programming e nelle pieghe hard country di Sound Of Decay. Parliamo quindi di un disco animato da una certa coralità: ci troviamo il Jamie Lidell come lo conosciamo al canto nella sincopata quanto discreta I love U (con citazioni di Boing Boom Tschak), il padrone di casa Alva Noto a fornire qualche riga di codice nella stilosa e detroitiana Ich bin meine Maschine, Jean-Charles Vandermynsbrugge al canto (in francese) nell’opener Pop HD e infine Dominique Depret (chitarra) e la popstar cilena Jorge Gonzalez a integrare qui e li con basso e chitarra all’insegna di un lavoro che attinge forza ed energie da una precisa visione sovra-nazionale e altrettanto determinatamente anti-business globale, accarezzando quindi una dimensione politica senza farsi prendere la mano (Empty gioca con le parole, Empty V che fa rima naturalmente con Mtv, Stop (Imperialist Pop) – che contiene un frammento di una traccia del 1998 chiamata Hard Disc Rock (don’t stop) come Atom – tenta l’anthem/declama anti-major ricordandoci assieme della EMI dei Pistols e dei parlati di Max Headroom).

Del resto, l’ironia è sempre stata un’arma alla quale Schmidt non ha mai rinunciato. E da queste parti si tratta di leggerla tra le righe di testi icononoclasti come Ich bin meine Maschine (Sono io la mia macchina …a prescindere dagli Hz impiegati) e di un album tutt’altro che perfetto, anzi, volutamente e ordinatamente sconclusionato. Eppure così dannatamente (raster)sexy e stiloso.

23 Febbraio 2013
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