Recensioni

7.3

Arriva il momento, nel percorso di un musicista, dove rimettersi in gioco diventa un’esigenza. L’istante in cui dopo 20 e rotti anni di collaborazione e onorata carriera si sente la necessità di chiedersi: chi – o cosa – siamo diventati in tutto questo tempo?

Il ritorno degli Autechre ci coglie di sorpresa, arriva in sordina, senza troppe spiegazioni o concettualismi. Tanto che sulla pagina Warp dedicata ad Exai c’è poco più che la tracklist e il link per scaricare (gratis) o per acquistare il lavoro nei vari formati. Lo stesso artwork, semplice e riuscita opera del Designers Republic di Sheffield, rievoca gli avatar basic di wordpress, per un messaggio conciso, diretto, minimalmente classy, attuale e senza sovrastrutture: Autechre in forma contemporanea.

Amore per i New Order, per l’hip hop e per gli acidi di Chicago. Il duo di Rachdale codificò e canonizzò come pochi altri il Futuro che si respirava nella prima scena rave dei tardi Ottanta con l’informatica e la matematica del suono. Per Exai – che può ricordare un acronimo di EXperiments on Artificial Intelligence, forse proprio in onore a quella compilation Warp che gli diede visibilità internazionale – Brown e Booth compiono un immenso sforzo, per chi come loro ha segnato tanto un’epoca, realizzando una monolitica prova di consistenza – di effettività – e cogliendo il trick che si cela dietro la nuova onda elettronica contemporanea che li riconosce tra i massimi ispiratori. Attenzione però, qui siamo lontani anni luce dal piegarsi alle esigenze del pubblico: in questo caso è il presente che si adatta al volere degli Autechre e sono loro, innanzitutto, a capirlo, interpretarlo e a marcarlo a fuoco con inconfondibile gusto. L’instancabile duo mette in mostra tutta quella meravigliosa lucidità artistica proiettata verso l’evoluzione musicale, senza troppe scuse.

Exai è meno audiofilo del solito e dà l’impressione di esser stato fatto di stomaco, quasi a infilarci dentro quei sentimenti che sono stati mascherati dietro un’estetica “aracnide” per anni. Con un approccio quasi da set e da manipolazioni live (peraltro già presente nel disco precedente), il duo è – se possibile – ancora più free e “intelligent”, lontano fino all’ultima goccia dalla techno dritta nella quale non sono mai riusciti a rientrare perfettamente. Persino le formule matematiche, i logarimi e le gaussiane vanno perse, restando però stabili su ritmi bizzarri, sempre curati, studiati e glitchiati in ogni bit: indiscutibilmente Autechre.

Si ha a che fare con le macchine azionate da movimenti liberi – mai ripetitivi – ma metodici nel trittico (Fleure/Irlite/Prac-F) di breakbeat industriale in apertura. Sono sempre gli automi a farla da padrone anche quando vengono innestate cadenze quasi dub come in Bladelores, magistrale suite conclusiva della prima parte. Non che sia una novità: variazioni impercettibili e dilatazioni di bpm su reticolati di struttura ritmica sono sempre stati punti di forza di Brown e Booth, ma raramente negli ultimi anni hanno avuto una simile freschezza compositiva e autentica visione del presente: un mix tanto entusiasmante di ambiente e ossatura, di pre- e post- LP5.

Come già detto in apertura, il duo di Rachdale fa il punto della situazione e della carriera tirandone fuori un lavoro di due ore, prolisso ma deciso, come a voler dire: eccoci, questo è il nostro punto di arrivo, questi sono gli Autechre del 2013. La musica è cambiamento, è dinamismo, e i due ragazzi inglesi sembrano aver ben chiaro il concetto, anche dopo 20 anni di capolavori.

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