Recensioni

6.9

C’è chi gli Autechre più sono astrusi, astratti, sinonimo di un futuro dominato dagli algoritmi di Skynet e più li ama, provando per loro un rispetto che negli anni è sconfinato dal culto alla fede, e c’è chi, nostalgico magari, li vorrebbe sempre com’erano all’inizio o ancor prima. Al mattino, fuori dal capannone del rave. A guardare il tramonto a cavalcioni sul cemento dell’halfpipe, là fuori da qualche parte eppure umani, architetti di suburbie con l’RNA rappreso sulle cromatiche superfici, ballardiani dal punto di vista del contesto, non della distopica trama.

Nonostante la facciata refrattaria a compromessi e inversioni di rotta, Sean e Rob, lungo una carriera trentennale, di inversioni a u verso Terra alla Star Trek ne hanno concesse, così come lungo gli anni zero si sono più volte ripetuti e chiusi nei propri ranghi, rimanendo impermeabili rispetto a una generazione in fissa con l’analogico e quella che poi verrà definita retromania (vedi Lcd Soundsystem e Daft Punk). Riascoltatevi Quaristice per riscoprire le romanticherie pre-OPN di cui i due sono capaci, così come nell’ultima prova ritroverete quelle e allo stesso modo alcune reiterazioni del loro precedente repertorio.

Per Sign potremmo spendere ciò che affermammo nel 2008 a proposto di quel disco – (All End) is the beginning – definendolo il classico lavoro che non rinnega il passato e riconnette i nostri Borg alle dimenticate emozioni, o meglio al microchip di quelle. Più correttamente quest’album, che è il primo canonicamente detto da Exai a questa parte, ne rappresenta il naturale complemento: se nel lavoro della rinascita del 2013 i due perfezionavano ulteriormente il loro “system” o “RIG” (un macro-algoritmo controllato e programmato a distanza tramite scambi da remoto di “patches” dati in pasto a Max/MSP e diavolerie hardware collegate), l’ultima prova, ritrova, in soldoni, la natura del suono ambientale fatto dall’uomo, quell’uomo che dipinge con le tastiere ciò che vede imprimendoci nel contempo il proprio stato d’animo. In un filo rosso che idealmente va da Satie a Klaus Schulze e Tangerine Dream, passando per Eno e la circuiteria cyber & techno dei 90s, gli Autechre approdano così al loro disco più accessibile. Non che Exai fosse così anti-human (in T ess xi c’era un che di 80s pop per dire), non che questo sia romantico o così terreno, eppure mai fin qui la piega di un disco dei mancuniani aveva manifestato una direzione così svelata, leggibile e persino congeniale a soundtrack e serialità.

Metaz form8 e gr4 potrebbero andar bene per serie tv come Dark (dove ricordiamo il buon lavoro svolto da Ben Frost), psin AM sarebbe perfetta per Blade Runner 2049 o Tron, altre sembrano dialogare a distanza con il tastierismo della memoria di Alessandro Cortini o con il sangue spremuto dai circuiti di un OPN, oppure ancora con l’austero minimalismo organistico di Kali Malone o Sarah Davachi. Ma diciamolo chiaro e tondo, contro le totemiche prove degli anni ’10, quelle in cui la coppia aveva ripreso lo scettro del progetto elettronico più avanti di tutti – vedi le Nts Sessions – non ce n’è. Non che avessimo bisogno di altri tamponi di banche dati – e con Tenet al cinema la misura della complessità è senz’altro colma – ma il tepore impressionista di Sign se convince perché ben cesellato, selezionato e prodotto con calma olimpica, non impressiona davvero. Non è certo scandalosa o stigmatizzabile la maniera e il riallacciarsi con il passato (Tri Repetae richiamato in au14), viceversa risulta apprezzabile, dalla metà in poi, quest’immersione per chiaroscuri dosata sapientemente su frequenze, tessiture e spazi. Nondimeno questo è quanto gli Autechre musicisti – quindi non architetti, scienziati, matematici, cyber-semiologi, post-umani, ecc… – possono darci in un anno in cui la distopia è entrata nel nostro quotidiano.

Che il lockdown perpetuo di Sean e Rob e la deformazione temporale che esso inevitabilmente comporta non sia oggi così diverso dalla nostra quotidianità, è una variabile che però ci premuriamo di tenere esogena rispetto all’analisi che facciamo del disco. Ma che un disco descrittivo come questo riesca solo in parte a portare a termine l’obiettivo che il suo titolo sembra prefigurare, è senz’altro una critica che possiamo muovere. Nel laconico tastierismo di Th red a leggi dell’escapismo, in psin AM della palpabile apprensione, mentre al finale r cazt è affidato il proverbiale requiem; verissimi e prismatici aspetti di questo funestato 2020 ma non altrettanto memorabili composizioni. E andando a ben guardare, non c’è neppure il pezzone che nei 90s in un disco AE non poteva non mancare.

In definitiva, queste tracce sebbene tengano alto il blasone di una casata ancora lontana dal pensionamento (aprendola, chissà, ad un nuovo ciclo) non riescono a imprimere la firma dei cinquantenni di Rochdale su un complesso sentire come quello odierno, agitato com’è da un misto di apprensione e attesa, ribellione e sconforto.

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