Recensioni

Da circa un decennio il panorama delle Comedy ha subito una delle più grandi rivoluzioni interne, specialmente per quanto riguarda il mondo del piccolo schermo. In principio c’era Freaks and Geeks, miscela esplosiva di comicità intelligente e dramma adolescenziale che contribuì a lanciare la carriera di quelle che ora sono le star della commedia (barbaramente definita) demenziale americana: James Franco, Jason Segel, Seth Rogen, Lizzy Caplan e molti altri. Lo stesso Judd Apatow, creatore della serie insieme a Paul Feig, avrebbe poi trasferito questo processo di trasformazione del genere al cinema con lo stesso gruppo di amici e colleghi (40 anni vergine, Molto incinta, Questi sono i 40) per poi tornare alla dimensione più ridotta dello schermo televisivo con Girls – in cui nella doppia veste di produttore e sceneggiatore porta a maturazione lo sconfinato talento di Lena Dunham – e di quello delle piattaforme digitali con Love. La categoria che andrà quindi a prendere il nome di Dramedy vedrà primeggiare il genio di Louis C.K. che – dal 2010 al 2015 – confeziona una delle critiche più acute e ispirate all’odierna società nello sboccato Louie, che avrebbe poi generato gli epigoni Shameless, Transparent, Fleabag e persino BoJack Horseman.

Tutti personaggi dello spettacolo con qualcosa da dire e un modo originale e immediatamente riconoscibile per mettere in scena il proprio pensiero sulla contemporaneità. Non sfugge alla medesima logica Aziz Ansari. Con un inizio carriera anch’esso legato ad Apatow (sorta di mecenate dell’era della comicità televisiva – lo vediamo, infatti, in Funny People), il comico (o meglio, stand-up comedian) statunitense raggiunge la notorietà con Parks and Recreation al termine della quale (2015) ottiene un accordo con Netflix per la serie Master of None e il comedy special Live at Madison Square Garden (dopo il successo del precedente Buried Alive). Dall’impostazione louisckiana, lo show di Ansari – frutto della collaborazione con Alan Yang – conquista in maniera piuttosto netta una sua dimensione, anche per via della differenza d’età che scorre tra il Nostro e il comico di Washington. Se da una parte il Louie dell’omonima serie televisiva vede la propria esistenza essere arrivata a un punto in cui non potrà che andar peggio (è un comico di mezza età, con un divorzio alle spalle e una vita sessuale insoddisfacente), ma dove l’unico spiraglio di ottimismo è riservato alle nuove generazioni (le due figlie), in Master of None ci troviamo a seguire le tappe verso una presa di coscienza esistenziale che ha a che fare con la diversità sociale, religiosa (Ansari ha origini indiane, della prima generazione nata in America, come ripete spesso), di gender messa in relazione con l’eterna complessità delle relazioni sentimentali.

Nella prima stagione, episodi come Parents, Indians on TV o Mornings sono esemplificativi di come Ansari pieghi la classica impostazione delle serie Netflix per sovvertirla e concentrarsi su temi e modalità narrative più vicine alla forma del lungometraggio. La seconda stagione prosegue lo stesso discorso e, come ci si sarebbe aspettato, l’asticella dell’ambizione è stata alzata considerevolmente. La prima parte introduttiva è ambientata, per la gioia dei nostri spettatori (se si assecondano certi stereotipi obbligati), in Italia e in particolare a Modena: qui Dev Shah sta passando un periodo di vacanza cucinando pasta per un caseificio locale dove ha già fatto amicizia con la nipote della proprietaria, Francesca (interpretata da una brava Alessandra Mastronardi). L’atmosfera da sogno della parentesi italiana serve al nostro protagonista per dare inizio a quel processo di maturazione che diverrà evidente e definitivo a stagione conclusa (nell’intenso e imperfetto Buona notte). The Thief è anche un omaggio al cinema neorealista italiano, da cui Ansari non riprende solo il bianco e nero ed alcuni riferimenti narrativi (il ladro che invece delle biciclette, ruba iPhone), ma anche lo stile di regia e messa in scena di Vittorio De Sica (gli omaggi visivi non si contano).

Il ritorno in patria è un’occasione per tornare al tema della religione – quella musulmana – entro i cui dogmi è cresciuto il protagonista, sottolineando fin da subito una ricerca diversa per parlare della propria insoddisfazione in materia e con un confronto generazionale che supera in qualità quello della passata stagione (è evidente anche una sottile risposta alla campagna elettorale anti-islam di Donald Trump). Il blocco costituito da Religion e First Date serve quindi da cuscinetto per un rientro a casa ficcante che continui il discorso critico su una generazione alla costante ricerca di quell’approvazione che per un attimo allontani lo spauracchio dell’insicurezza. A metà stagione arriva il colpo che non ti aspetti: si tratta di New York, I Love You e Thanksgiving. Questi due episodi servono al pubblico così come allo stesso autore per la definitiva prova del nove: lo show è perfettamente in grado di proseguire e approfondire temi e discorsi riconducibili ad Aziz, senza che questi sia in campo. Nel primo, in una prova registica davvero magistrale, addirittura scompare per dar spazio a quei personaggi che solitamente non avrebbero voce in capitolo, considerati ai margini sia della società metropolitana che di una serie con protagonista un comico americano di origini indiane; nel secondo la sua figura si eclissa quasi totalmente per far salire sul piedistallo l’amica Lena Waithe che racconta il processo di autoconsapevolezza della propria sessualità e del coming-out, attraverso la riproposizione dei vari Giorni del Ringraziamento. Ansari, generosamente, si rintana in un angolo per dare voce alla comunità black – con i suoi vezzi e i suoi pregiudizi – che frequenta da quando era bambino.

Amarsi un po’ e Buona notte – con i titoli lasciati rigorosamente in italiano – confezionano il finale della linea narrativa principale, che vedrà Dev instaurare un rapporto sempre più complice con Francesca, nel frattempo sbarcata negli States per motivi lavorativi del suo promesso sposo (uno spaesato Riccardo Scamarcio); l’abilità con cui Ansari scrive e dirige quest’ultimo blocco è paragonabile alla crescita umana del suo personaggio, il quale sovverte il pessimismo tutto contemporaneo con cui ultimamente il mondo dramedy ha instaurato una certa affinità per compiere un passo decisivo e responsabile, ma soprattutto coerente con quanto avevamo visto – in modalità ancora acerbe – nel primo episodio. Con la terza stagione ancora lontana, è certo che il discorso sull’essere un single appartenente a una minoranza etnica a New York possa dirsi chiuso – per stessa ammissione del suo autore – e che una nuova mandata di episodi dovrà necessariamente esplorare territori inediti.

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