Recensioni

Da un paio di dischi a questa parte i Bachi da pietra si divertono parecchio, e non solo ad alzare i volumi e le distorsioni. La verità è che Dorella e Succi hanno intrapreso negli ultimi tempi un dialogo serrato e senza sconti con il loro pubblico, un discorso fatto di azzardi sonori inaspettati, asticelle che si spostano sempre più in alto (o di lato), ma anche voglia di non prendersi troppo sul serio. Insomma, a chi verrebbe in mente nel 2015, dopo una discografia che potremmo ricondurre a un peculiare blues (o al massimo a uno stoner-hard-blues, è il caso dell’ultimo Quintale), di far uscire un album che mima l’«heavy metal dei primissimi anni Ottanta» senza mettere in campo una certa ironia di fondo? Eppure la “follia” iniziale che parrebbe naturalmente insita nel concept alla base del lavoro si trasforma, col procedere della scaletta, in tutto fuorché un baraccone pacchiano: il baco scava senza sosta nella pietra e arriva direttamente al magma. E, paradossalmente, torna a casa.
Sì perché il metal che si ascolta nel disco è in realtà parente stretto dell’immaginario primigenio dei Bachi, e non solo di quello dei Sepultura, degli Slayer o dei Saint Vitus. Necroide, nonostante gli overdrive fissi sul 10, è, nella concezione, molto più vicino ai primi dischi del duo rispetto all’album precedente. Lo è nei suoni fangosi, sotterranei e circolari che ribollono negli undici brani in scaletta, lo è nelle atmosfere nerissime che caratterizzano il tutto, lo è soprattutto nella voce “affogata” ma credibile di un Succi decisamente a suo agio nel ruolo di officiante di una messa nera tutta chitarre elettriche “grasse” e “power drum”. E se i testi dei brani nulla hanno a che vedere con la tradizione machista e fumettistica delle derive più bieche dell’immaginario di riferimento, molto devono allo stile “cantautorale” sintetico tipico della band e che abbiamo imparato ormai a riconoscere. Il che significa un incedere breve e tagliente, finalizzato a sostenere il “tono” del suono ma anche portatore di significati profondi nascosti dai feedback (ad esempio in Black metal il mio folk o nel flashback adolescenziale di Virus del male).
Il metal dei Bachi è mutante (o forse sarebbe meglio dire enciclopedico) ed ama le storpiature nella pronuncia: attrezza il boogie di un Bombino sotto speed in Tarli mai, mastica un hard-blues muscolare in Sepolta viva, sputa un “rifforama” in stile Iron Maiden in Voodooviking, arrangia uno sviluppo intuitivo e di sponda dei Black Sabbath di Killing Yourself To Live in Virus del male, vomita una Danza Macabra che parla la lingua dei Motörhead o magari rincorre una Feccia Rozza che odora di thrash metal.
Nelle note stampa si legge che l’album è un omaggio alle radici musicali degli stessi Dorella e Succi, e forse il segreto del successo dell’operazione sta tutto qui: in una passione che lascia perdere i calcoli troppo razionali, evita le pose affettate e dà libero sfogo al ricordo affezionato e all’indole, senza un’ortodossia estetica militaresca da seguire in maniera pedissequa. Una retromania di provincia filtrata dagli anni passati e dalle esperienze fatte che persino il tuttologo Simon Reynolds avrebbe faticato a prevedere.
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