Recensioni

7.2

A volte è sufficiente che passino due anni e succede di tutto. Si pubblica un’opera prima promettente, sebbene a tratti acerba, si va in tour (anche con i dEUS) e si torna in sala di registrazione con le idee più a fuoco, con una ricetta rinnovata ma che non fa tabula rasa delle buone intuizioni degli esordi e si sposta verso sponde amabilmente retrò in dieci nuovi bozzetti in punta di matita. Profuma di chanson francese, specialmente quella istintiva e cinematica di Serge Gainsbourg, ma si accosta anche allo Scott Walker “crooner impenitente” dei tardi Sixties – pur già con germi d’inquietudine – il mondo che i Balthazar esprimono e mettono in scena nel nuovo album Rats. Quella rievocata dal titolo (“like rats from a sinking ship”) è un’immagine codarda, vero, ma se c’è una nave che affonda cui i ragazzi fuggono è proprio quella della muzak più scontata, del frullato di suggestioni à-la-page prese un po’ qui e un po’ lì senza coerenza né criterio.

Ci si allontana sempre più dall’ordinario e si provano strade, formule diverse. I riferimenti a Beck resistono nell’indovinata Do Not Claim Then Anymore, scandita da semplici linee di synth su un tappeto prevalentemente acustico; Maarteen Devoldere e Jinte Deprez, le due menti del gruppo che iniziarono a esibirsi giovanissimi come buskers (facendosi pure concorrenza, rivelano), puntano ancora sulle armonie vocali, ma al posto di sonorità degne del Damon Albarn più sperimentale ci propongono, spennellando il foglio bianco con tinte tenui, coloriture d’archi ben presenti nell’architettura delle canzoni o talvolta immerse in un riverbero in lontananza, un pop orchestrale di pregevole fattura. Ci sono xilofoni così come sezioni di fiati che intervengono nel momento opportuno, ma non si esagera mai col glucosio, con infiniti strati sonori spectoriani, con rischiosi barocchismi.

Le canzoni prendono vita un po’ per volta, si fanno sorseggiare senza fretta: ogni strumento trova il posto più congeniale nella scena sonora. Così come una chitarra acustica s’intreccia al basso di Simon Casier e al cantato dolceamaro in The Oldest Of Sisters – quasi come fosse di un Finn Andrews rilassato che rinuncia all’asperità del suo timbro – Sinking Ship si sviluppa da sola con un’andatura alla Velvet Underground. La trascinante Later, forte di un riff semplice ma appiccicoso e dell’ottimo lavoro di Christophe Claeys alla batteria, ci fa immaginare che cosa mai accadrebbe se filtrasse un raggio di luce in più attraverso le finestre dei Tindersticks, e il tremolio dei violini scandisce con il basso, i cori in lontananza e l’intervento dei timpani l’altrettanto riuscita The Man Who Owns The Place.

Luci e ombre, amore e tensione, il desiderio di stringersi e di scappare via all’improvviso: giocano su questi contrasti, il pianoforte che si insinua nella trama intricata di Lion’s Mouth (Daniel), i Last Shadow Puppets da pennichella pomeridiana di Listen Up che ci avvolgono in una dimensione intima e raccolta. Gli opposti si incontrano quasi per caso, ma più spesso per volontà, tra voci, vibrafoni e percussioni accennate. Il commiato è affidato al lento, ruvido blues funereo di Any Suggestion e alla chitarra anarchicamente scordata in un’atmosfera da film noir francese, che completa un insieme (come al solito) perfettamente calibrato.

I Balthazar ci consegnano una gradevolissima conferma. Ci voleva proprio, per iniziare l’autunno, una boccata d’ossigeno per chi sa ancora farsi sedurre da sonorità consuete rilette con un piglio originale, e per chi ama una musica che “respira”, capace di rivelarsi e farsi comprendere con calma.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette