Recensioni

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Tre giovani servi della Regina. Da Southampton per la precisione. Chitarra, basso e batteria con parti vocali divise fra lei (basso) e lui (chitarra). Se poi riuscite a distinguere la voce del lungo crinito Russel Mursden da quella di Jack White, significa che siete tipi da Sarabanda dell’indie rock.
La loro, diciamolo, è una formula di cui negli anni Zero si è abusato. Il "garage-blues-selvaggio-ma-un-po’-ruffiano" è un sottogenere che nell’ultimo decennio ha elargito qualche avara soddisfazione a fronte di innumerevoli barzellette: mi vengono in mente i Von Bondies e le loro frangette, ma si potrebbero tirare in ballo esempi ben più imbarazzanti.
Il trio in questione giunge indubbiamente fuori tempo massimo e, come se non bastasse, si avvale di alcune delle più odiose derive del marketing, tipo la sponsorizzazione di iTunes, presso cui l’album è uscito da circa un anno, e l’ospitata nella colonna sonora del nuovo capitolo di Twilight. Basterebbe questo a renderli invisi al lettore medio di SA.

Eppure questo Baby Darling Doll Face Honey è un calibratissimo susseguirsi di “guilty pleasures” a cui è difficile opporre resistenza. Certo, ha il peso specifico di una molecola di elio, ma fa il suo sporco lavoro quando cala i carichi di Death By Diamonds and Pearls (stomp blues anthemico per feroci headbanging) e I Know What I Am (dove l’hard rock incontra il country più bifolco). Quando è Emma Richards a guidare le danze, emerge quella sensualità esplicita che ha fatto la fortuna di Alison Mosshart e dei suoi Kills, anche se i Band Of Skulls ne rappresentano una versione meno artsy e più concreta.

Peccato per qualche lento di troppo che abbassa la potenza media del disco, perché a conti fatti i tre inglesi rappresentano un diversivo ideale per chi pensa che i White Stripes siano la cosa più bella accaduta al rock negli ultimi quindici anni.

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