• Set
    22
    1969

Classic

Capitol

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Iperstrutturato e vaporoso, garrulo e malinconico, incagliato nell’imbuto degli anni come un liquore troppo denso: il suono della Band. Provenivano da un Canada prodigo di talenti obliqui e sguardi alieni, alle spalle anni di gregariato come backing band del rocker Ronnie Hawkins, e si facevano chiamare The Hawks. Erano Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel e Gart Hudson, tutti validi polistrumentisti, una manna per il Bob Dylan del 1965 intento ad approdare sulle sponde meravigliose e accidentate del “tradimento elettrico”. Accompagnando his Bobbyness in tour presero a farsi chiamare semplicemente The Band: da allora, mai più un nome comune. Venne poi il 1968, la controrivoluzione, il ritorno all’ovile del folk, prima dando vita – sempre assieme a Dylan – ai Basement Tapes, frutto carbonaro di una pianta anomala con le radici in una cantina di Woodstock ed il cuore annidato nelle viscere del mondo, e poi finalmente in proprio (ma non del tutto) con Music From Big Pink.

Un movimento coraggioso e assieme naturale, intrapreso non certo a caso anche da Byrds (previo Gram Parsons) e Grateful Dead: ma per i nostri cinque cospiratori non si trattò di un riflusso, sul treno della psichedelia non erano mai saliti. Il loro viaggio fu più sotterraneo che cosmico, un infiltrare e scavare per tuffarsi nelle vene nascoste della memoria collettiva, sulle tracce di storie sepolte eppure ancora potenti, universali, vive. Preferirono insomma rinchiudersi tra le mura della mitica casa rosa col preciso scopo di stemperare l’effervescenza delle ultime frontiere black con il passo lungo delle narrazioni popolari, utilizzando e scardinando canovacci traditional, umori acidi (impossibile tenerla fuori del tutto, la psichedelia) e solennità gospel come se niente fosse. Il disco piovve come un autentico macigno nel già burrascoso stagno della pop music, forte oltretutto di una scaletta strepitosa che oltre alle dylaniane Tears Of Rage e I Shall Be Released poteva vantare una The Weight da cardiopalma. Ma le capacità del gruppo erano destinate a trovare la perfetta compiutezza nella seconda poderosa prova su vinile, non a caso intitolata The Band.

L’inizio di Across The Great Divide è quello che potremmo definire un decollo lento, trepido gospel che cuoce a fuoco basso l’adrenalina per poi salire lesto in groppa ad un RnB fragrante, tra fronde compiacenti di sax, trombe & tromboni, una vertigine di fisarmonica e Richard Manuel che canta con understatement amarognolo (ma lo senti che dentro c’è tutta una palude di trepidazione in bilico sulla Storia). Segue quello scherzo irresistibile che ha per nome Rag Mama Rag, una specie di funky-soul countryzzato, il fiddle di Danko come un vento di fiume, il piano invasato di Hudson, Helm a mandolineggiare serafico, e quella tuba che John Simon dispiega laddove chiunque si aspetterebbe un basso, giusto prima che il bridge ci bruci il cervello pennellando crudi sbuffi d’armonica.

Il terzo colpo al cuore, uno dei più irreversibili di sempre, ce lo impone The Night They Drove Old Dixie Down, in cui il songwriting di Robertson si dimostra – inequivocabilmente – di primissima categoria: cantato da un Helm un po’ soulman e un po’ cantastorie, il pezzo si appoggia al greve incedere di basso e piano, concedendo alle corde di ricamare trame nostalgiche su cui la melodia s’impenna, innescando un chorus da portar via la pelle, intanto che fisarmonica e fiddle aprono squarci tremolanti nel (tragico) sipario della memoria collettiva. Da qui in avanti, sarebbe lecito attendersi qualche cedimento, invece macché: per una Look Out Cleveland che sbriglia infatuazioni elettriche al confine tra blues e rock’n’roll (da cui la tracotanza di quel bridge e la stridente chitarra di Robertson in libera uscita su torrida congerie di ottoni), c’è una Up On Cripple Creek che sembra un vaticinio blaxploitation tra chitarre ruvide e la concrezione aspra e gommosa di wah-wah applicato al clavinet; per una Jemima Surrender in cui si danno appuntamento piglio country rock e sottili insolenze boogie, c’è una Whispering Pines eterea, cesellata e furtiva; per una When You Awake intenerita nell’abbraccio di organo e chitarra ai margini di un sogno, c’è una Jawbone ubriacante riesumazione soul blues, strutturata su rabbrividenti passaggi di tempo e cupe pulsazioni di basso e piano.

Poi, che dire di Rockin’ Chair, vecchie parole di vecchie storie in un grembo sonoro dalle fattezze attempate, la batteria al chiodo, le voci di Manuel e Danko cullate dall’accogliente persistenza di mandolino e chitarra acustica, mentre la fisarmonica solletica senza pietà la ghiandola della commozione. Se The Unfaithful Servant ci avverte che il disco sta per finire – con il passo dei dolori digeriti, delle pene comprese ma irrisolte: Danko le presta voce zoppicante, pastosa e notturna, prima adombrata dai sax baritono e quindi risucchiata nella propria mestizia da un magnifico trillare di chitarra – la chiusura è magnificamente affidata a King Harvest (Has Surely Come), che è come lasciare la porta aperta alla meraviglia: il piano elettrico e l’organo, l’impudenza ruvida della chitarra, i singulti del basso, la verve funky della batteria, la voce che s’impunta su fragranti densità soul per poi rinculare nell’infingarda cupezza del chorus, e quell’assolo che Robertson spedisce lungo i nervi di un archetipo misterioso, che non vorremmo mai inghiottito dalla dissolvenza.

Disco immenso, stupendamente datato, ovvero innestato nel suo tempo, in quel crinale tra Sessanta e Settanta pervaso di scoperta e rimpianto. Perciò disco che racconta come pochi altri quel tumulto di prospettive sul punto di implodere e diramarsi sotterranee. Le sue canzoni sono carotaggi di immaginario profondo, mischie inestricabili di sentimento e Storia. Secondo Italo Calvino un classico è un’opera che “non ha finito di dire ciò che ha da dire”. Una definizione perfetta anche di The Band.

1 Luglio 2009
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