Recensioni

7.2

Un paio d’anni fa, in occasione del live d’apertura del Node Festival di Modena, chi scrive ha avuto la fortuna di conoscere di persona Will Wiesenfeld – “l’orso” dietro al moniker Baths – e ricorda nitidamente come già allora era solito descrivere la propria musica: songwriting da prospettiva elettronica.

Cerulean era uscito worldwide da poco meno di dodici mesi, e quella definizione restava aliena a un lavoro più suonato che cantato, comunque perfettamente incardinato – al pari del Drift di Nosaj Thing – nella nuova scena beat losangelina che mimava i tessuti ritmici Fly-Lotusiani e li metteva al servizio di dream-glo e glitch-hop. La medesima definizione, invece e al contrario, è più che aderente a questo Obsidian, album scaturito dal fastidio per l’essere malamente etichettato come dj col feticismo da MPC e dal desiderio di esibirsi dal vivo con full-band; dall’amore sguaiato per gli Azeda Booth (gente da lyrics malate tipo “You’re old, sick, lonely, dying, your children hate you”) e dalle frequentazioni (documentate via Twitter) con Grimes e Blood Diamonds; da un lungo periodo di segregazione costretto dall’aver contratto l’escherichia coli (quindi speculare a quello volontario che ha portato proprio Claire Boucher a Visions) con tanto di studi dedicati agli anni bui del Medioevo, alla Peste Nera, a differenti versioni – anche in graphic novel – dell’Inferno di Dante.

Dimenticatevi dunque dell’azzurro populismo da American Apparel e del lovely bloodflow, qui Baths canta di “thoughts of mortality tormenting me” neanche fosse Jamie Stewart e si fa altrettanto “dark” musicalmente, arrivando persino a toccare – in Earth Death – l’industrial di stampo Nine Inch Nails. A livello di arrangiamenti vi è, inoltre, un indiscutibile passo in avanti rispetto a Cerulean, sia quanto a complessità ed articolazione che, all’opposto, quanto a concisione.

È vero che la resa della proposta vacilla se (in Ironworks ed Incompatible) le elettroniche si ritirano e Wiesenfeld si improvvisa balladeer pur possedendo meno della metà del carisma e della presenza del Sufjan Stevens di The Age Of Adz (altro paragone immediato). Lo è ugualmente che, quando si allineano il cantare da Avey Tare minore e le melodie frammentate tra glitcherie e pianoforte classico (WorseningNo Past Lives) o sbucano centratissime quadrature pop (Miasma SkyNo EyesPhaedra), ci si trovi di fronte al migliore dei Baths: quello che cambiando coraggiosamente pelle ha trovato la propria identità ed è ora in grado di disarmare. Il prossimo disco – azzardiamo – potrebbe ambire allo status diessential.

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