• Feb
    01
    2008

Album

Atlantic Records

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Questa sarà una recensione più lunga del solito e – già lo so – mi lascerà insoddisfatto. Tante, forse troppe le cose in gioco. Ad esempio, una che c’entra di rimbalzo riguarda la mia idiosincrasia per i Baustelle, nata in coincidenza del loro frugale esordio ed irrobustitasi ad ogni uscita, a causa di quella posa nostalgica, appiccicaticcia e sdegnosa che nel qui presente Amen – quarta prova per la band toscana – viene letteralmente travolta, sommersa da un approccio ultrapop massimalista (orchestra d’archi, ance e ottoni, elettricità sfrigolante ed elettroniche vintage, apprensioni acustiche e tribalismi percussivi…), composito fino al surreale, strizzato tra commozione e disincanto fino a conseguire uno sconcerto bruciante. Risultato: la mia idiosincrasia dissolta, svaporata come neve al centro dell’inferno, tanto per citare quel tale.

E pensare che il singolo Charlie fa surf mi era sembrato (e mi sembra) l’apoteosi del loro lato detestabile, con l’emerita insulsaggine d’una Boy Band trasfigurata tra iridescenze e campanellini, quel sarcasmo che oscilla tra ammiccamenti e cattiveria a stomaco vuoto, mirando sia certi giovani che certo antigiovanilismo a perdere. Invece, l’album è una girandola di segni, forme, memorie, provocazioni e confessioni, frullati col preciso scopo d’incendiare il malanimo di meraviglia, ottenendo dalla combustione una miscela pop totale, ossia gracile e veemente, indolenzito e crudele.

Qualche esempio: l’iperdance wave-pop screziata bossa tra tastieroni Bluvertigo e canto laconico Mario Castelnuovo di Baudelaire; la carburazione BattiatoGarbo ad elettricità battente e spunto melodico dolciastro di Colombo; la cosmicità amniotica Air e l’enfasi sinfonica Alan Parson Project di L; la gloriosa Knock On Wood riarticolata nel bailamme popadelico Flaming Lips tra chimere morriconiane in Spaghetti Western(una delle due ghost track "in negativo"); l’ultra brit-pop a due voci (il canto di Rachele torna spesso felicemente in prima linea) e sentori esotici de Il liberismo ha i giorni contati.

Nostalgie disseminate come segni di un codice da decifrare, per scrivere l’anamnesi di una malattia annidata nel vivere (tu chiamala, se vuoi, la malavita). Ed ecco quindi la straziante Alfredo, ibrido De André/Bersaniin guisa di valzer piano, voce e organino, dedicata alla dirimente vicenda di Vermicino, quando la televisione si deificò nel reale e viceversa, ferendo a morte – in chi scrive – l’idea stessa di Dio. Ed ecco lo struggimento finale di Andarsene così, ovvero come anelare un utopico suicidio esistenziale/emotivo/sentimentale in una languida gelatina che tremolando rammenta i Pooh di Parsifal, i Dik Dik, i Duran Duran di Save A Prayer, certi King Crimson più potabili… Eppoi quei disarmanti cambi di registro, robe tipo una Mietta se la producesse Wayne Coyne (L’aeroplano, dai potenziali radiofonici enormi) o la blaxploitation exotica di Ethiopia o ancora l’esplicito omaggio a Lee Hazlewood di Panico!, deliziosamente interlocutorio con le sue carezzevoli arguzie pop-soul-mambo.

Vuoi per il mero numero dei pezzi (15 più due bonus più la cover di The Boy With The Thorn In His Sideriservata a chi acquista su ITunes), per la quantità di trovate d’arrangiamento, per i preziosismi (il vibrafono di Mulatu Astatkela, la fisarmonica del venerabile Alessandro Alessandroni, il piano di Beatrice Antolini, un oboe toccante lì e un Minimoog visionario là…), per le sistematiche svolte, le appendici "d’arredo" ed i mash-up stilistici (vedi l’ultra glam di Antropophagus che diventa tribal dance tra David Byrne e Donatella Rettore prima di una coda dance che – come già in Baudelaire – sembra quasi divertirsi ad attualizzare Moroder), è un disco che tende all’enormità, da cui ti allontani per guardarlo meglio, per gestirne il frastuono che brucia la fama facilona da Pulp nostrani, sparando razzi traccianti che bruciano il culo a mille idoli di ogni epoca (dai Sessanta ai Novanta, fermandosi quasi in ogni stazione) e grado, un massimalismo appunto che non soffoca mai del tutto il disagio minimale di chi si è fatto il percorso antico dalla periferia alla città, portandosi dietro tutto il timore, le paranoie, tutto quel nostalgico sdegno – ebbene sì – di cui sopra.

Un percorso di chilometri ed epoche, di generazioni, di valori mitologici e comunque sbriciolati, di simboli e feticci divorati dalla storia ma annidati nella memoria. Ecco il punto: a forza di sciorinare artifici, scenografie ed espedienti, questo disco ti convince della propria sostanziale genuinità. Ti suggerisce continuamente che la sua ambizione è un depistaggio. Consideratelo, se volete, il Sgt Pepper dei Baustelle. E fatevi tutte le proporzioni che vi pare.

20 Aprile 2008
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