Recensioni

7.7

Basta un colpo di bianco mantello e il Fantasma si porta via tutto, facendo evaporare in pochi istanti quasi ogni produzione italiana degli ultimi anni, a partire da quelle di chi lo ha evocato, i Baustelle. Si tratta, anzitutto, dell’inusuale scelta di un linguaggio, il concept album, magia letteraria che affonda le proprie radici negli anni ’70 e che allontana la musica d’autore dal pop e dall’immediatezza. Il concept è un linguaggio musicale che richiede a chi ascolta una cura profonda per il dettaglio, una capacità e un’attenzione che gli permettano di ricostruire un disegno musicale e linguistico spesso ampio e complesso unendo tutti i puntini: le canzoni del disco. I Baustelle provano, del tutto anacronisticamente, a lanciarci questa sfida, affrontando in diciannove pezzi il tema del tempo, quasi in ogni sua declinazione: i mali del nostro tempo, il tempo che scappa, il tempo sociale e il tempo del singolo, il tempo dell’amore e di tutti gli affetti, il tempo sulla terra e il tempo dilatato, quello di ogni forma di fede che culmina poi in un’idea di eternità.

Sono le musiche, in Fantasma, a dare il giusto peso a una tematica così monumentale dal punto di vista strettamente letterario: un’orchestra di sessanta elementi che dalle viscere di Breslavia, in Polonia, si presta all’interpretazione di quello che è il vero corpo dell’opera: le partiture straordinarie a metà tra Mahler e Stravinskij stese da Francesco Bianconi e, in primis, da Enrico Gabrielli.

Siamo di fronte a un disco dalle radici infinite e dalle altrettanto infinite prospettive: emerge sin dai titoli di testa un Morricone più che mai oscuro, quello di L’uccello dalle piume di cristallo; si apre in un solo pezzo, Cristina, allo Scott Walker delle cavalcate e insieme all’Endrigo di Back home someday o – e questo persino nel modo inconsueto di capovolgere l’ordine dei versi e del discorso – al Celentano di Storia d’amore (“amici dal fottuto giorno in cui praticò l’amore/ la tua amica, la migliore. e lo praticò con me”). Più di ogni altri, però, il fantasma che appare è quello di Fabrizio De André, di un De André preciso, forse il più difficile, il più letterario e quello, non a caso, dei concept album: Storia di un impiegato e Tutti morimmo a stento. È da lì che viene il cantato solcante di Bianconi, quella vocalità che taglia la tela del silenzio e insieme del suono sinfonico, quel recitato travestito da cantato che, come quello di quegli album, ci offre una visione precisa dello stato attuale del tempo e insieme alcune possibilità di stravolgimento totale, destrutturazione visionaria dello schema sociale e politico e delle tensioni quotidiane dell’intimo umano.

Ecco che Fantasma è quindi la reiterata e vertiginosa visione di una catastrofe apocalittica che termina con la definitiva estinzione umana da questo nostro mondo di morte, affinché si approdi a una pace finalmente naturale ed eterna (Primo principio d’estinzione, Secondo principio d’estinzione, Maya colpisce ancora, L’estinzione della razza umana). Permane quindi un’idea già presente ne I mistici dell’occidente, disco in cui Bianconi tendeva a suggerire, per la verità ponendosi a volte in maniera fastidiosa qualche sfera più in alto dell’ascoltatore, nuovi modi di calarsi nel reale. I ripetuti “bisogna” e “dobbiamo” però, in Fantasma, sembrano arrivare da una voce finalmente matura, quella di un uomo che col tempo ha fatto conti, che conosce il senso dell’arresa, del dolore non sottile della maturità (Il futuro) e sceglie di viverlo appieno e di scovarne all’interno sfumature felici (Radioattività).

Fantasma è un libro orchestrato e come tale va affrontato, ricordando comunque che De André resta un riferimento, un’aspirazione, e che non mancano alcune cadute post-adolescenziali tipiche dell’immaginario baustelliano (Monumentale, in parte, e Contà l’inverni, in toto). L’imponenza di questo disco è, tuttavia, totale, monumentale, vecchio palazzo sovietico nel centro di Mosca o grattacielo sventrato che fa girare la testa. La sfida è immensa per un medio ascoltatore di pop italiano perché siamo di fronte a qualcosa di essenzialmente colto e lontanissimo dagli approcci del nostro tempo. I Baustelle questa sfida l’hanno vinta, abbandonando grazie alla straordinaria preparazione e genialità compositiva di Enrico Gabrielli, i terribili muri di chitarre che affliggevano Amen e devastavano I mistici dell’occidente. Lo fanno salendo di livello, cedendo il passo alla musica concreta, a Wagner, a Ligeti e a un esplicitissimo Bolero di Ravel. Il risultato è un album che rade al suolo le incertezze più o meno profonde dei loro ultimi tre dischi, la perfetta costruzione di un’opera schiacciante, emotivamente tagliente, a partire da quella tremante e oscura Nessuno fino all’abbandono totale della fisica classicità di Radioattività che cristallizza, negli ultimi due versi, tutto il senso di questo bel lavoro.

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