Recensioni

Sono passati ormai ben dieci anni da Amen, vero album spartiacque dei Baustelle e corollario massimalista di un’idea di musica, pop, rock e cantautorato destinata a rimanere in qualità di scheletro, sotto traccia invisibile di tutti i lavori successivi. Tuttavia – e la consapevolezza è garantita dall’assimilazione de L’amore e la violenza Vol.2 – quella band che trovava nella musica e nel canto (perché no?) una forma salvifica che ormai latitava in ogni simbolo, codice o simulacro religioso, già a partire dal successivo I mistici dell’Occidente aveva cambiato il proprio sguardo sul mondo, rassegnandosi a una fine inevitabile e assoluta. A quel punto, l’unica mossa sensata era quella di cercare di godersela, questa maledetta e insensata vita, almeno fino alla sua programmata fine. Raccontando, quindi, con il solito piglio nostalgico, cosa ci siamo lasciati alle spalle, e abbracciando per un breve ma bellissimo momento una certa dimensione sacrale/spettrale (Fantasma), un briciolo d’eternità.
Amore e violenza sono due concetti che permeano esplicitamente l’ultimo dittico della band di Montepulciano, rendendolo di fatto il loro corpus più accessibile, ma non per questo privo di quella perizia puntigliosa sia dal punto di vista degli echi ultra-citazionistici, sia da quello squisitamente musicale, con i suoi continui cambi di marcia pur mantenendo costantemente uno schema predeterminato. Se dovessimo aggiungerne altri due (di concetti), sarebbero sicuramente quelli di fine e dolore. Tutto finisce per Francesco Bianconi e compagni: l’infatuazione, l’amore, le relazioni, la vita, l’universo, tutto quanto. Non è più una visione pessimistica dell’esistenza (come poteva essere in La malavita o nel già citato Amen), ormai è l’esito di un calcolo logico incontrovertibile. I Baustelle, forti di una maturità innegabile, ne hanno preso atto e hanno deciso di continuare a tessere le fila del loro discorso, aggiungendo quel pizzico di divertimento che faccia dimenticare anche solo per un momento l’inevitabilità del baratro.
Perché non è vero che «l’amore ha rotto il cazzo» (come afferma ironicamente un Bianconi al centro del palco dell’Alcatraz a Milano), anzi è proprio il sentimento l’ultima delle illusioni a cui aggrapparsi per sentire ancora l’ebbrezza della vita, il brivido di un’esistenza che è già finita, la sensazione di essere un tutt’uno con un mondo in decomposizione. L’amore è la miccia in grado di generare tutto questo, ma anche – ovviamente – dolore, ferite incurabili, cicatrici che segneranno il nostro corpo e soprattutto la nostra mente. I Baustelle ci invitano a una disamina delle nostre vite, proprio perché – come chi scrive quei magnetici testi – ognuno di noi ha perso la sua Giovanna, è andato dietro a una Veronica infatuata di qualcun altro, ha avuto pulsioni autodistruttive come Betty.
La scaletta del tour di L’amore e la violenza Vol.2 è assemblata come un identikit preciso, che potrebbe però adattarsi alla fisiognomica di qualsiasi essere umano. C’è l’estasi del sentimento che arriva come un fulmine a ciel sereno (l’incipit con Violenza), c’è la consapevolezza che tutto ciò non durerà nonostante sforzi e dedizione (il trittico preciso di Lei malgrado te, Amanda Lear e A proposito di lei), c’è la illusoria presa di coscienza (L’amore è negativo). Si cerca di metabolizzare (Il Vangelo di Giovanni) e contestualizzare, quindi, con l’euforia da palcoscenico garantita dalla verve ormai granitica di Rachele Bastreghi (Tazebao, Jesse James e Billy Kid) e dalle schitarrate dello statuario Claudio Brasini. La fine, lo dicevamo all’inizio, arriva puntuale e reca con sé i germi di una rinascita (Perdere Giovanna) e della presa di coscienza del proprio percorso (La vita). Appena prima del baratro, c’è giusto un momento concesso alla nostalgia, un guardarsi indietro sprezzante e genuinamente compiaciuto (Nessuno, Il liberismo ha i giorni contati, Monumentale), prima dell’ultimo desiderio d’eternità (Baby).
Cala il sipario, non fosse per il puntualissimo risorgere dell’omaggio finale e del ringraziamento dedicato un pubblico e una città, Milano, che da anni culla le fantasie oscenamente pop (la referenzialità di Un romantico a Milano) del trio toscano, e a idoli indimenticabili (con la cover della delicata Sylvie di Lucio Dalla), per poi lasciarsi cadere completamente tra le braccia amorevoli della folla (La guerra è finita, La canzone del riformatorio). I Baustelle salutano Milano e promettono di continuare ad alleviare il peso della consapevolezza della fine attraverso canzoni e balli. Fino alla fine del mondo.
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