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7.3

Nove tracce congelate dai rumori sottili della foresta più scura. Questo in sintesi l’oggetto programmatico della ricerca dei Be Forest, giovanissimo trio pesarese dalle tinte che più wave non si potrebbe immaginare. Ancora una volta Pesaro. E’ ormai un dato di fatto che la città marchigiana culli nelle sue vie e nelle sue piazze una vera e propria leva di artisti pronti ad immolarsi nel nome del anti-provincialismo. I Be Forest dunque. Riverberi dappertutto e batterie come pulsazioni arteriali. Pochi elementi essenziali, che sembrano investire il disco (Cold, per l’appunto) di un’energia primordiale, pura e glaciale. Nove tracce riempite di suoni distesi, in cui le percussioni sono l’involucro spesso che tiene al riparo le melodie dense come vampate di freddo, piccolo regalo da guadagnarsi a fatica in mezzo a tutti questi rovi.

Lo scenario è quello tanto caro al dark wave di Manchester, degli Ottanta, dei Cure (ai quali l’omaggio è palese fin dal nome), dei Cocteau Twins. La voce femminile, non così lontana dall’irruenza punk di Siouxsie, è invece sempre sussurrata, sottile, ipnotica, soprattutto quando va a confondersi coi sibili impercettibili della chitarra, che mai una volta in tutto il disco prende un accordo intero. E che pure trascina, come un brivido dietro la schiena, facendoti pensare che gli XX in fondo non erano così speciali, che le schitarrate degli Editors, invece, hanno già fatto scuola. Che si apprezzi o disprezzi la voga, sicuramente Cold non lascia indifferenti.

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