Recensioni

6.3

Seppur unica annata dall’esordio a non averli visti attivi discograficamente parlando, il 2012 è stato determinante per la storia dei Beach Fossils. Abbiamo assistito alle prove dei side project di Zachary Cole Smith e John Penã (rispettivamente DIIV e Heavenly Beat), al loro successo (superiore a quanto mai racimolato dalla band madre nel primo caso, oltre le aspettative nel secondo) ed, infine, al doppio abbandono all’insegna delle ambizioni del caso. Così, a fianco del titolare Dustin Payseur è rimasto il solo batterista Tommy Gardner, eppure il nostro non pare particolarmente intimorito dai movimenti in formazione. Punta anzi in alto, fissando come obbiettivo del nuovo lavoro quello di catturare urgenza e componente umana dei celebri live shows.

Diciamolo subito: sono velleità. Più corretto sarebbe parlare di ritorno alle origini pre-Beach Fossils, ovvero al periodo in cui Payseur (come il 99% dei possessori di chitarra in Brooklyn) militava in collettivi punk/post-punk. I segnali sono d’altronde agilmente coglibili: l’ingaggio in cabina di regia di Ben Greenberg (The Men) con la richiesta di aumentare la grana piuttosto che la fedeltà; la spinta tout court su strutture circolari ed il mordente – mai così intenso – riservato a basso e percussioni; lo stesso artwork di copertina. E quando l’escamotage è tutto fuorché celato (Generational SyntheticCaustic Cross), la proposta addirittura sorprende.

Peccato però si preferisca far pendere nuovamente l’ago della bilancia verso l’arcinoto brand surf-pop dallo shimmering jangle. Queste nuove jam, vuoi per ritorsione delle scelte in produzione, vuoi per un generale senso di reiterazione che sa di pilota automatico (o eccessivi riguardi alla fanbase) finiscono per non risultare meno opache di quelle del debutto. Non basta l’aggiunta di un’inedito secondo guitar-tone a far parlare di progresso evidente, in specie ritrovando quella Shallow – rilasciata su 7” lo scorso anno e qui rimasterizzata – a ricordarci come, con l’apporto degli ex, quel progresso fosse già ben avviato.

Allo stesso modo non avrebbe probabilmente guastato osare di più (fare i DIIV?) sulle tracce strumentali (Modern HolidayBrighterAscension), mentre alla parentesi dream-pop con l’ennesimo feat. di Kazu Makino (In Vertigo) continuiamo a preferire quella lunga un EP (What A Pleasure, 2011) e con la comparsata di Wild Nothing. A chiudere il parco rammarici: lo slancio dal furore prossimo ai Cloud Nothings che risponde al titolo di Careless, emblema di quanto, con più ponderate mediazioni e radicale coraggio, la direzione pensata da Payseur avrebbe comunque potuto concretizzare una transizione di sorta.

Di transizione Clash The Truth porta invece soltanto la natura, risultando, a conti fatti – e con le attenuanti del caso (lo studio di registrazione distrutto dall’uragano Sandy) – tra le uscite Captured Tracks più deboli da tre anni a questa parte.

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