• set
    23
    2016

Album

Polyvinyl Records

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La sintesi dell’universo Beach Slang è concentrata nelle sei parole che danno forma e sostanza al titolo del loro secondo album: A Loud Bash of Teenage Feelings. In particolare, ci sono almeno due keywords che possono aiutare a mettere a fuoco la band di Philadelphia. Loud la prima, quel rumore, o meglio frastuono, sprigionato dagli amplificatori del trio. Teenage la seconda, ovvero quell’immaginario di riferimento da cui traggono ispirazione quelli che potremmo definire i Larry Clark del punk-rock.

Do it for the kids sembra infatti essere il motto che i Beach Slang si sono dati dai tempi della pubblicazione dei primi due EP Who Would Ever Want Anything So Broken e Cheap Thrills on a Dead End Street, poi seguiti dal buonissimo esordio su lunga distanza The Things We Do To Find People Who Feel Like Us. Tre uscite che avevano aiutato a connotare i canoni estetici/sonori della band e che avevano messo in risalto il debito che i Nostri nutrivano nei confronti di certi Replacements e Jawbreaker. Ispirazione di cui i Beach Slang mai hanno fatto mistero, accentuandola anzi, sia dal vivo (dove non sono mai mancati tributi nei loro confronti), sia su disco, dove, facendo leva sugli archetipi del punk-rock DIY dei tardi Ottanta/inizio Novanta, i Nostri ne hanno ristrutturato le mura portanti, attenti a non intaccarne le fondamenta (Young Hearts, Spin The Dial).

Inni adolescenziali, ma non per questo immaturi, rappresentano l’humus del trio. Eppure da fuori fa strano vedere (e ascoltare) il quarantaduenne James Alex Snyder – un Billie Joe Armstrong non ancora sceso a patti col diavolo (dio ce ne scampi) – dimenarsi e intonare canzoni apparentemente fuori tempo massimo per lui. Ma è proprio questa la caratteristica che rende i Beach Slang per certi versi unici, almeno “qui e adesso”: il loro essere trasversali e riuscire ad arrivare allo stesso tempo al sedicenne-problematico-afflitto-scoglionato e al quarantenne nostalgico. Insieme a quell’energia e a quell’adrenalina che impregna ogni loro canzone: provare per credere proiettili capaci di trucidare gli apparati uditivi di chiunque si affacci all’ascolto come Atom Bomb, Art Damage e Wasted Daze of Youth. E poi c’è poi quella tipica immediatezza e rabbia emo che trabocca in The Perfect High, Warpaint e Future Mixtape For The Art Kids (open track dell’album che già dalla prima strofa detta le regole del “gioco”: «Play it loud, play it fast / Play me something that will always last / Play it soft, play it quiet / Play me something that might save my life…») ad alzare il livello dei decibel di un A Loud Bash of Teenage Feelings che, se è vero che non aggiunge benzina sul fuoco rispetto al suo predecessore, è vero anche che ribadisce l’importanza che la band di Philadelphia riveste nell’ambiente punk-rock, quello autentico si intende.

Usciti da A Loud Bash… si avrà la consapevolezza che, in fondo, il bello del diventare maturi in ritardo è quello di poter ascoltare gruppi come i Beach Slang perdendosi nel frastuono del loro suono e lasciando scivolare via, per quaranta minuti scarsi, i problemi del mondo dei “grandi”. Per poi tornare a fare i seri, ma con lo spirito “cazzone” di sempre.

26 Settembre 2016
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Beach Slang

The Things We Do to Find People Who Feel Like Us

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Who Would Ever Want Anything So Broken? EP

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