Recensioni

6.6

Col senno di poi, la Beatrice Antolini del 2013 avrebbe potuto pubblicare solo un disco come Vivid. Ovvero abbracciare il pop, dopo aver recitato il ruolo della scheggia impazzita ai tempi di Big Saloon, dell’artista avventurosa in A Due e della musicista dall’immagine solida in Bioy. Già quest’ultimo ci era parso un esempio piuttosto eloquente di come l’estetica della marchigiana stesse cercando un’identità fortemente contestualizzata, in quel caso legata a suoni riconducibili a un funk 80s (il Prince di We Are Gonna Leave, ad esempio) quando non a un immaginario “tribale” piuttosto personale (elaborazione moderna e luccicante di una riscoperta – anche a livello internazionale – di certe cadenze terzomondiste).

Il primo cambiamento evidente in Vivid sta proprio nella quasi totale assenza – se si eccettua un singolo come Pinebrain o il funk di Now – di quelle percussioni così invadenti ma, nell’ottica della formula antoliniana, anche così riconoscibili. Tutto è molto lineare, si parli del reggae/dub di Open o delle trombe tra Cuba e Oriente di Vertical Love, del mid-tempo sognante di Vibration 7 o dei toni riappacificati e solari di My Name Is An Invention. Una calma che stride con le nevrastenie ritmiche del passato e che potrebbe lasciare presagire una condizione di serenità personale ritrovata. Almeno a giudicare da alcune recenti dichiarazioni in cui la diretta interessata parla di dimensione privata da preservare e di una situazione sentimentale stabile.

C’è poi la questione della “progettualità totale” che da sempre contraddistingue il lavoro della bella Beatrice: già ai tempi dell’intervista che le facemmo, la Nostra sottolineava la ferma volontà nel conseguire risultati tangibili con la propria musica, il che nella pratica – concludiamo noi – significa far corrispondere immagine, identità e prodotto (Bowie docet). In questo l’artista è sempre stata brava e l’impressione che attualmente l’intenzione dell’Antolini sia concorrere in quella categoria di primedonne in bilico tra indie e mainstream pop di ultima generazione è forte. In questo senso, allora, il problema potrebbe essere quello di mostrare mezzi solidi, forte creatività e un visione a 360 gradi tra generi e musiche, elementi che, a dire il vero, in questo disco ancora non ci sembrano sufficientemente sviluppati.

Tutte ipotesi, certo. La sostanza, invece, è un Vivid che rimane comunque un buon lavoro, pur non mostrando i suoni blindati, coesi, potenti e personali del passato. Le porte che si aprono, insomma, fanno entrare una luce piacevole, ma anche uno spiffero fastidioso e potenzialmente dannoso.

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