Recensioni

5.8

Ognuno ha il suo Beck preferito. La carriera di Mr. Hansen è così lunga (punteggiata da pubblicazioni in grado di mantenere sempre alta l’attenzione mediatica per tre decenni) ma soprattutto dagli esiti così variegati (dal low-fi indie degli esordi al pop multicolor del penultimo album, ci sono più etichette nella discografia beckiana che correnti nella vecchia Democrazia Cristiana) che chiunque può sventolare un disco diverso del Nostro e sedersi in un settore diverso nell’arco parlamentare della Repubblica del Pop Rock (per la cronaca, chi scrive fa parte della fazione psycho-funky di Midnite Vultures). C’è sempre stato comunque un filo conduttore: il genio nella composizione di grandi canzoni, con un Metodo Beck consistente nell’affondare le mani nella tradizione blues-folk-soul, impastare con sapienza artigianale e mettere a cuocere nei migliori forni produttivi (tanto per dire: Dust Brothers, Nigel Godrich, Danger Mouse, Greg Kurstin, ora Pharrell Williams).

Non tutte le ciambelle-disco, però, riescono sempre col buco. Ecco, proseguendo nella metafora pasticciera: nel vassoio dei dolci proposto da Hyperspace, se alle canzoni-donut si toglie l’impeccabile glassa produttiva rimane poca sostanza, non in grado di soddisfare né il gourmet né il gourmand. Lo stesso chef se ne è forse reso conto subito dopo aver aperto il forno, tentando di sviare l’attenzione con una bella confezione retrofuturista (la cover con titolo in giapponese e Toyota Celica da “Beck to the future”) e proponendo i pezzi ritenuti migliori del lotto come una sorta di EP antipasto pre-uscita. Intendiamoci: l’album si fa ascoltare, nei suoi quasi 40 minuti intrattiene e arreda con gusto moderno e ambient (nel senso storico di “musique d’ameublement”), ma senza quadrare il cerchio del pop contemporaneo come era successo con Colors (che chi scrive aveva apprezzato molto), e probabilmente senza lasciare troppe tracce.

L’intro Hyperlife posiziona l’album nel mood sognante e trasognante del filone Sea Change, ma con mano più pesante sul fronte del trattamento elettronico, subito esemplificata da Uneventful Days, più design di canzone che canzone vera e propria. Alla furba Saw Lightning, con varie piacionerie pharrelliane a infiocchettare chitarra slide e armonica dei beck-tempi che furono, e alla disarmante discesa negli inferi coldplayani di Die Waiting (il momento più basso del disco), noi preferiamo, almeno nelle intenzioni, la tentative ballade di Chemical, alla ricerca di un (im)possibile equilibrio tra Scritti Politti Rihanna (wo-wo-wo, wo-wo-wo), con tanto di coro brianwilsoniano. Dalle pastoie autotuned di See Through tra un Ferro in salsa Timbaland e il Blake più svogliato, si esce a fatica con la title track, che riprende l’intro in versione più marziale e dotata di rap d’ordinanza, ospite hype il neo-André 3000 Terrell Hines. Oh, era ora: eteree e indolenti, le progressioni armoniche in territorio AIR di Stratosphere e Dark Places alzano la media e curano lo spleen. L’insipida Star e l’americanata retorica di Everlasting Nothing riportano il lavoro leggermente sotto la linea di galleggiamento.

Mancando la ciccia, emerge il mestiere: l’unità d’intenti produttiva è evidente, il suono è moderno e accattivante, ma il risultato totale scivola via come acqua fresca. Difficile che questo “nuovo” Beck possa diventare il preferito di qualcuno.

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